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LibertàEdizioni

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L’Orologiaio

Quanti anni erano che non passavo di lì?
Forse venti, ma a me sembravano cento.
Piazza Cittadella aveva forse un bar in più e una merceria in meno, ma aveva ancora quelli che furono i confini della mia vita “sociale di un tempo: la scuola e l’orologiaio”.
Fu soprattutto quest’ultimo ad attrarre la mia attenzione.
La stessa insegna, la stessa vetrina che vetrina non era, ma soprattutto lo stesso uomo, incredibilmente più vecchio, che lavorava in vetrina per sfruttare la luce che il sole gli dava per poche ore al giorno.
Il tavolo sul quale lavorava era ingombro di rotelle, molle e ingranaggi esattamente come lo era venti o cento anni prima quando solo un vetro lo separava dagli occhi sgranati di un bambino che forse aveva otto anni. Quel bambino ero io e non vedevo l’ora di uscire da scuola per andare a spiaccicare il naso su quella vetrina ed ammirare quell’uomo eccezionale che ricostruiva un orologio con mille pezzi tutti uguali. “Cento anni” dopo quel bambino possedeva sei orologi. Io possedevo sei orologi. Ma le funzioni si erano confuse: ero io che controllavo il tempo attraverso loro, oppure loro lo facevano attraverso me?
Una sera d’inverno un segnale orario dette un fiero scossone alla mia sicurezza: tutti e sei gli orologi erano indietro di un secondo!
La sera precedente ne avevo regolato uno sul segnale orario e gli altri cinque sul primo.
Eccola … per forza questa doveva essere la spiegazione! Avevo tardato un secondo nel premere il pulsante “set” del primo.
La sera dopo il ritardo era di sei secondi.
Dieci giorni dopo il ritardo era di sette minuti.
Non capivo e il terreno mi scivolava da sotto i piedi finché, per caso, ripassai di lì.
Piazza Cittadella aveva forse un bar in più e una merceria in meno, ma “Lui” era ancora là, dietro il vetro e con il monocolo sempre più vicino alle rotelle dentate.
- Buon giorno, si ricorda di me?
- Tu sei Paolo, il mio ultimo apprendista.
- Ho sei problemi che mi angosciano, eccoli.
- Perché, Paolo, li hai portati a me?
- Perché non conosco nessuno al mondo che possa risolvermeli.
- I tuoi orologi, Paolo, non sono rotti; è il tuo tempo che si è rotto: ha imboccato una discesa e i freni sono rotti … ed io, purtroppo, non ho gli strumenti per ripararli.
E sull’ultima sillaba appoggiò la testa bianca su di un cuscino fatto di rotelle, molle ed ingranaggi.

Paolo Bocconi

Il circo

Il circo non è mai mutato. Una corona di luci dapprima si profila inattesa, squarcia il cielo che non dice nulla, scorre lungo lo scalmo delle strutture e delle tele, lungo le corde tese, e si raduna alle casse. Un grappolo di uova bianche di luce occhieggia intermittente, lungo gli stipiti, attorno alle insegne, sopra le locandine, e illumina le facce di chi è in fila alle biglietterie. Grottesche e intense, le facce delle famigliole escono così dall’anonimato domenicale e già, un poco, si ritrovano sulla ribalta.
Il circo è grande. Non importa quale ne sia il tenore, quale famiglia a gestirlo. Nel pomeriggio accampa uno splendore notturno fatto di promesse che, fuori, le tende un poco lise e mai mutate negli anni non sembrano certo poter mantenere. Anzi, un velo di tristezza si stende sempre, come una pioggerella stenta e fumosa, lungo la sagoma di quelle povere piramidi di tela, tra i carrozzoni di provincia, per gli sterrati dei lotti in concessione.
E, in effetti, anche se ormai, per quelli come me, è una certezza, il circo è un presagio. Posato lì, prima della mattina, da una ronda di attacchini, veloci come uccelli migratori, in una ridda di manifesti dai colori accessi e la tipografia eccessiva. Grossi maciste nostrani che, in pugno le redini, si sfaldano ben presto con le piogge e impietosamente scivolano dai muri al marciapiede. Vittime non delle belve che promettono di domare, ma di colle a buon mercato. Biglietti omaggio profumati d’inchiostro e già sporchi volati dalle mani di giovani zingari a quelle dei bambini per mano ai loro babbi.

Sempre, quell’agglomerato, all’ora di apertura, si ritrova minacciato da un chiarore grigiastro, senza vento, e un traffico senz’anima lo frusta.
Ma dentro, sotto quella vecchia tenda, si spalanca un tempio umido e odoroso, un meraviglioso palazzo di piacere, che ti leva il fiato. Con la stessa trepidazione compi un peccato, cogli un piacere carnale. Lo stesso stordimento doveva accogliere i cadetti nei bordelli, quando ancora ce n’era e ancora usava accompagnarli a perdervi la verginità.
Qui, forse, quella sensazione è più piena, godendo anzi un guadagno dalla considerazione che il circo, rispetto al malaffare e alla clandestinità di certi piaceri, ha potuto mantenere.
Insomma, in questa cava interna, in cui lo spazio parla e si dispone, si compone mentre lo percorri con lo sguardo e ne ascolti l’ampiezza, il cuore ha un leggero soprassalto. L’anima, commossa e quasi vergognosa di tanta emozione, ritrova l’ordine, si compiace di queste figure note: le fila sovrapposte, le sedie incanalate, i rossi porpora a segnare gli ordini, l’arena battuta, le corde che profumano di giungla.
Naturalmente, mai sei stato nella giungla. Ma sei qui un Salgari che si cala in questi panni, ispirato in queste matinée dagli odori e i colori di un mondo sognato, e perciò, tanto più noto.

Gli spalti vanno riempiendosi, lo spettacolo comincerà tra poco. Il programma è ricco, i nomi degli acrobati tanto più ridondanti – i titanici domatori, i mitici acrobati, i funamboli slavi e pallidi, i buffi clowns – quanto più provinciale la compagnia. Le scalette di corda oscillano impercettibilmente contro le luci fissate alle cime del tendone. Pare sentano ora il fiato levatosi dalle decine di persone. Un vocio eccitato e civile percorre il catino del circo. Salgari, adesso, è un baffuto omone anacronistico che snocciola nomi e numeri, in ordine di apparizione. Siamo tutti con il cuore in gola, e in mano carta e penna, avidi di tutto vedere, tutto ricordare.
Un drappello di neri cavallini scuote la testa quasi in sincrono e con zoccoli vellutati percuote la rena d’oro. Scalpitando compie alcuni giri attorno alla pista. Lo spettacolo sta per iniziare e lo senti nell’aria. Il biglietto ti si scioglie nelle mani.

Massimo Lencioni

La musica dentro (ma chi è Chet Baker?)

“Ma chi è Chet Baker?”
A questa inattesa domanda di suo fratello, Paolo esibì la stessa espressione incredula che apparve sulla faccia della madre quando lui, tanti anni prima, le aveva chiesto: “Ma chi è Mussolini?” Poi pensò che Andrea aveva qualche attenuante per non aver mai sentito parlare di Chet Baker; lui stesso aveva scoperto da poco che la musica nel mondo non gravitava necessariamente intorno al Festival di Sanremo. Una sera d’estate un militare americano, rimasto in Italia dopo la guerra, aveva fatto ascoltare a lui e a un gruppo di amici un disco che aveva appena ricevuto dall’America; il brano era “Sixteen tons” e aveva risvegliato in Paolo una mai sopita curiosità verso i filoni musicali d’oltre oceano.
“È difficile spiegarti chi è Chet Baker, forse la cosa migliore da fare e che io e te prendiamo la bicicletta e andiamo a fare un giro di Mura e vedrai che troveremo la risposta alla tua domanda.”
La proposta era caduta in un silenzio incredulo. Un ragazzo di diciotto anni non si porta dietro il fratellino, se non ci è obbligato. I genitori si scambiarono uno sguardo sorpreso, fu la mamma a rispondere, anche se nessuno le aveva chiesto niente…
“Bene, ma tornate presto. Tu devi prepararti per il compito di greco, se non sbaglio.”
Ancora raccomandazioni, ma loro già scendevano le scale di corsa, facendo tremare tutto. Li inseguivano raccomandazioni inutili.
Le Mura di Lucca sono lunghe quattro chilometri, perfette per un po’ di allenamento, a piedi o in bici. Andrea spingeva forte per stare dietro al fratello: aveva una Bianchi Rossa, col cambio Campagnolo a tre rotini. La prima bici col cambio e ne abusava, cambiando rapporto in continuazione anche se l’anello sulle Mura era ovviamente tutto pianeggiante. Paolo invece pedalava con un rapporto lungo, da fondista, e gli stava avanti senza rendersi conto che il suo passo normale era troppo impegnativo per il fratellino, che però sarebbe morto piuttosto di dirgli: rallenta.
Fu un sollievo per Andrea vedere che dopo Porta Santa Maria Paolo si rialzava e pedalava senza mani...
“Perché ci fermiamo?”
Paolo aveva lasciato la bicicletta appoggiata a un panchina e si era messo a parlare con due compagni di scuola. C’erano anche altri grandi.
“Ragazzi - disse agli amici- questo è mio fratello, si chiama Andrea.”
Il ragazzino si sentì orgoglioso e smise di chiedersi perché si erano fermati. Tutti guardavano l’orologio e poi riguardavano il grande muro grigio di fronte, più alto delle stesse mura... Il muro del carcere.
“Zitti, zitti” fece uno.
Una nota tenuta scavalcò il grande muro: laggiù, là dentro, qualcuno suonava. La nota, ormai alta nel cielo cominciò a spandersi in tutte le direzioni in onde lente e lisce, ricomponendo nell’aria i frammenti di un’anima.
Paolo si avvicinò all’orecchio di Andrea: “è una tromba, Chet Baker, il più grande dei bianchi.”
Neanche a Messa la domenica la gente stava così in silenzio. Ogni tanto qualcuno in bici si avvicinava per capire quello che succedeva lì, poi se ne andava.
Andrea era così contento di essere con il fratello che non chiese mai di andare via. Quando finì e tutti presero le bici chiese al fratello: “ci torniamo?”
“Sì, ma non dire nulla a papà e mamma.”
Questo era un dono in più, un segreto da condividere. Era l’ottobre del ‘61. Uno di quei mesi con la nostalgia dell’estate. Il piovoso autunno lucchese quell’anno tardò, Paolo e Andrea fecero molti altri giri di mura in bicicletta. A casa Paolo suonava ad esaurimento la musica di Chet, così scoprì che oltre al suono della tromba aveva anche una voce, ma strana, diversa da tutti quei cantanti italiani mezzi tenori; sembrava cantare solo per se stesso con quella vocina che ti arrivava diritto al centro della malinconia. Sui giornali nessuno parlava più della grande tromba bianca. Andrea imparava i nomi di Charlie Parker, Dizzie Gillespie, Lester Gordon, Gerry Mulligan.
Un giorno, arrivati puntuali al muro della prigione, c’era una ragazza ad aspettarli: Anzi, ad aspettare Paolo. Era molto carina, aveva i capelli tirati dietro in una coda di cavallo e non degnò Andrea di uno sguardo. Si sistemava continuamente la gonna, guardandosi attorno. Forse aveva paura che passasse suo padre, o forse lo faceva così, senza ragione. Quando si sentirono le prime note di Almost blue fece un gridolino eccitato, ma era chiaro che si annoiava molto. Dopo dieci minuti propose a Paolo di fare un giro. Lui disse al fratello di aspettarlo e si avviò verso il baluardo.
Andrea restò lì, furioso senza capire perché, con un vago struggimento che si intonava benissimo alle note di Chet. Anche il giorno dopo c’era la ragazzina, si ripeté la storia del baluardo e il giorno dopo ancora Andrea andò a giocare a pallone con gli amici del palazzo INCIS. Paolo poi non gli aveva chiesto di venire con lui.
Anche in casa cambiò musica, in Italia ora c’era il rock and roll, Paolo aveva comprato Ventiquattromila baci di Adriano Celentano, e Claudio Villa dovette dividere il regno con un certo Modugno. Si smise di ascoltare il jazz, con evidente sollievo dei genitori.
Poi cominciò a piovere, il lungo monsone autunnale freddo di Lucca, e a nessuno veniva voglia di gite in bicicletta o di pallone. Paolo passa la maggior parte del tempo al telefono, bisbigliando con voce bassissima. Andrea prese il suo primo quattro a latino e si innamorò senza alcuna speranza della Torciglioni. Non lo disse a nessuno.

Passò un anno.
- Vuoi venire al concerto?-
- Che concerto?-
- Chet Baker. Ha finito la pena. Esce e fa un concerto al Teatro del Giglio.-
L’idea non piaceva molto a suo padre: era pur sempre un drogato. Ma il fatto che fosse al Giglio, e la lista dei notabili che volevano esserci fecero pendere la bilancia verso il si. Del resto si era disintossicato in carcere. A volte, le maniere dure.. diceva suo padre guardando la madre, sempre troppo morbida con i figli, secondo lui.
Andrea non era mai stato a teatro. La madre lo vestì elegante.
In prima fila c’era lo psichiatra che aveva cercato di curarlo, Lippi Francesconi. Era lui che lo portava tutte le sere dalla clinica Santa Zita al Bussolotto,il night versiliese dove suonava. Si deliziava del suo Jazz fino a tardi e poi lo riportava in clinica. Quella maledetta sera d’agosto lo psichiatra aveva un impegno, Baker era andato da solo e si era fatto nel bagno di una stazione di servizio. Lo avevano arrestato lì.
Andrea guardava i velluti rossi e stava ben fermo sulla poltroncina, osservando tutto. Era l’unico ragazzino in platea. Ed eccolo, quella musica ora aveva un corpo e un volto, che le somigliavano. Un uomo piccolo e agile, sembrava uno di quei pugili bravi, che ci tengono a salvare la faccia. Ma il naso li tradisce. Molto tempo dopo, qualcuno gli avrebbe rotto tutti i denti. Facendo tacere la miglior tromba bianca per due anni.
Chet quella sera suonava come se non ci fosse nessuno, ma il suo magnetismo se li portava tutti dietro. Quando riconoscevano un pezzo, i fratelli se ne bisbigliavano il nome all’orecchio.
- meglio di prima-, sentirono dire a qualcuno dietro di loro-
Qualcuno indicava una bella donna con i lunghi capelli scuri, la sua donna, Carol.
Quando suonò My Funny Valentine capirono che il concerto era finito. Nell’estate era finito anche il primo amore di Paolo, e c’era stata la maturità. I Beatles erano alle porte.
Erano grandi i fratelli. erano uomini nel 1988, quando una scarna notizia riportò che Chet Baker era morto ad Amsterdam, forse cascato da una finestra, forse chissà.
Andrea aveva telefonato a Paolo per avvisarlo: ti ricordi?
Paolo prese il walkman, ci infilò il nastro di Baker e andò davanti alle mura del carcere, per sentirselo in santa pace sulla panchina. Quel giorno non c’era nessuno. Solo lui, Chet e My Funny Valentine.

Andrea e Paolo Bocconi

Il camposanto di Maggiano

Il cimitero si apre con un fischio nella poca campagna. Poca, perché a monte dopo qualche passo il sentiero che s'inerpica per il bosco, dove s'andava a far castagne, incontra l'autostrada che ci fu fatta vent'anni or sono. Si rimane a mezz'aria a vederne la stenta ascesa, sbarrati dal viadotto. Di là, a valle, c'è invece la strada per dove si viene: ed è un merito della piccola ansa di canne e fuscelli se di qua si sta come isolati nel silenzio, mentre a pochi metri sfrecciano le macchine verso Viareggio. Ad ogni modo, qui ci si viene con la sola eco dei propri passi sulla strada sterrata, così predisposti in una specie di intimidimento come ad entrare in chiesa. Qui, raramente disturbi qualcuno. Tanto che sarebbe un ottimo posto per venirci a pensare, o anche solo ad oziare, a baloccarsi tra il ronzio degli insetti. Eppure non manchi di entrarci a passetti, sulle punte, e col cuore sospeso. Ma non è che sia paura, quella cosa che ti capita di pensare in luoghi come questo, no: perché il cimitero di Maggiano bisogna conoscerlo. Sorge su una collina rasa, dove comincia a montare il Quiesa, con un muricciolo basso che sembra un pollaio. La casa di mia nonna è qui vicino, e io da sempre lo conosco, ché, di là, lo vedevo dopo qualche campo, dalla spallierina d'edera: là, in pieno sole, appena un po' più alto degli altri prati, come un castelletto senza cime. Era il limite dei funghi, cioè: là sapevo che i prataioli non riprendevano a nascere, allora perché andarci? In verità avevo, sì, un po' di paura, che è normale a quell'età: ma più la sera, quando proprio di lassù, come per incanto, si svegliava una brezza fresca senza origine, perché tutto era buio. Solo ora so che era brezza di mare, che viene da Viareggio, di là dal monte. Ma allora, tanto bastava a un brivido per ricacciarmi in casa. Oppure, uno strano sentimento mi metteva quella acquerugiola che veniva giù di là e scorreva per la Canabbia, il fosso che tra i pollai scendeva verso Maggiano, il paese, e s'avvizziva al ponte del Sartino, quello dove alla guerra ci passavano i soldati. Quella roba era, come dire, succo del castelletto, acqua dei morti: ma non cose tetre, macabre, no: pensavo però fosse proprio quello che era, acqua che passa accanto a loro, a quel muretto, e che so, magari le affidano i propri pensieri, qualche cruccio, qualche sospiro. E dicevo, vedi come ci crescono le ortiche nel fosso? sono loro che se lo proteggono, non ci devo andare. Ma di giorno, no: quel campo era proprio quello che era, un altro campo, se pure più sfortunato, senza funghi e senza fiori veri, di quelli nati sulla terra: perché quanto a fiori, quelli ce li aveva, ma finti, o tagliati e portati a macerare nelle fiale d'ottone o di rame, ritti con un senso di magia. Ecco perché gli stava bene il nome, camposanto.
Allora, oggi, quando vengo qui, vengo al camposanto, e non al cimitero che, a dispetto del suo primo significato, suona male e fa stringere i denti. Vengo qui, perché ci ho anch'io i miei morti, qualche Lencioni, qualche Puccetti, e ci verrei a visitarli, così come mi hanno insegnato, e a parlarci, se loro mi rispondessero qualcosa: solo che loro se ne stanno ormai assorti, con un fare dispettoso e anche un po' vanitoso, nella migliore foto, e non sono mai come li ho conosciuti: non fanno più errori, non battono ciglio, fan mostra di esser saggi. Poco male, mi dico, io ho fatto il mio dovere. Ahimè, però: perché questo, al camposanto di Maggiano, è vero fino a un certo punto. Qui, stai tranquillo che dopo un po', finisce che non pensi più a niente, vano e distratto come uno che ha fatto tutto e si riposa: altro che il luogo dove riposano i morti, qui ci si viene a oziare da vivi! Quale giornata che sia, basta un sole anche appena velato che qui, tra quattro mura, ci nasce un tepore cordiale, gentile, senza un alito, un'aria di serra e di solario. E diventi, avvolto da questa inaspettata e pagana pace, un botanico senza scienza, cullato dal piccolo calore, stretto nel tuo cappotto a gongolare se è inverno, illuminato nella tua pigrizia da quella luce buona e ferma che mandano i marmi tutt'attorno. Il camposanto ha la sua flora e la sua fauna, muschi sui muri e le brecce, erba buona d'aiuola, malerbe, persino qua e là dei papaveri, al tempo, e poi quei suoi fiori senza radice: e formiche e lucertole, e grilli, e passeri e finte colombe di gesso su qualche altarino più vecchio. E a volte c'è qualche storiella, un po' triste e retorica, scritta su qualche pietra-silice, di bambini malati o di sposi sfortunati. Su questa si posa sempre la cavolaia, bianca, grossa farfalla di campagna, ben nutrita, e mi distrae dalla lettura: finché esce di là dal muro, per altri campi.
Ma mi accorgo che è tardi, è ora di andare a mangiare, e l'odore ne arriva fin qua. Mi segno, rivado col cuore più aperto, richiudo col fischio il cancello. Addio allora, i miei cari: anche oggi non vi ho ritrovato.

Massimo Lencioni

PER IL MIO AMORE MORTO


Per dire qualcosa ho sequestrato le tue bionde fronde
di nuvole guizzanti o luna e ho guardato
nei calici di tutti i gelsomini se nascosta una parola
restasse ai bordi del candore e ne strappasse un lembo.
Per raccontare una piccola frase dell'esistere che se n'è andato
ho percorso le sabbie fredde dei mari notturni
e ho chiesto alle nenie dei gatti arrampicati sul ciglio
del tetto ventoso se avessero per me una sillaba
storta e malata gonfia anch'essa di gemiti selvaggi
vissuta anch'essa di sibili spezzati.
Ho chiesto ai rombi ottusi dell'acque sotterranee
ho esplorato i crateri dove crepita il fuoco
minaccioso e oscuro della solfatara
ho invocato bocche sepolte in libri di cenere.
Muto è rimasto il mio suono l'unico che conosco
che so e che amo.
Più nulla si può dire
costretta come sono dal laccio
della tua infinita assenza.

Elettra Bianchi

La cena della vigilia

Arriviamo a casa della consuocera stracarichi di teglie di prelibatezze che mia moglie ha voluto preparare per contribuire alla cena; entriamo nella grande cucina e, istantaneamente, i miei peggiori timori si concretizzano: sono già tutti lì, ilari, trullari e schiamazzanti! Io, che considero due persone una folla e tre una sommossa, mi preparo mentalmente a quello che succederà… ci vengono tutti incontro e ci abbracciano e baciano … buon Nataleeee! Farfuglio anche io qualche “buon Natale” con scarsa convinzione e, intanto, tento mentalmente di classificarli:
Quelli che conosco bene, forse quattro
Quelli che ho visto una volta, forse sei
Quelli della categoria “Chi cazzo sei?” almeno una decina.
La cosa che mi terrorizza è che gli appartenenti a quest’ultima categoria si comportano come se avessero avuto rapporti intimi con me da almeno venti anni.
Ci sediamo a tavola e mi guardo un po’ intorno: alla mia destra c’è uno zio (di chi?) ultraottantenne che più tardi, approfittando subdolamente del fatto che sono seminuovo del posto, mi racconterà, con dovizia di particolari, di quando andava in motocicletta a prendere la sua futura moglie per fare l’amore, e lei, seduta di fronte a me, fa finta di non sentire, ma gode come una matta. Scoprirò poi che è una sorella della consuocera. Comunque una simpatica coppia di vecchietti. Un loro genero, sulla cinquantina, siede vicino alla suocera e lo identifico subito per quel personaggio temuto di cui, nei giorni precedenti, ci si domandava preoccupati se sarebbe venuto “anche lui”. Nel corso della cena capisco il perché: è il tipo ipercritico e con un ego ipertrofico che non perde occasione per manifestare la sua superiorità conoscitiva in ogni aspetto della vita (mestruazioni comprese). È il tipo che, prima di mangiare, pretende di sapere tutto quello che c’è nel suo piatto, perché (mi pare di capire) non gli piace quasi niente e per essere sicuro indulge anche a consistenti annusate nei piatti da portata. Alla fine, soddisfatto dall’esito delle sue indagini, sfida ogni legge della fisica comprimendo nel suo stomaco una quantità oscena di cibo abbondantemente innaffiato di vino, la cui bottiglia ha scelto solo dopo essersi informato su quanto era costata. Ovviamente era la più costosa e, da quel momento, nessun altro commensale l’ha più vista.
Alla mia sinistra c’è il mio genero che, temprato da 25 anni di questo tipo di riunioni, ignora tutti e si abboffa con soddisfazione. Siede vicino a un cugino, più o meno
coetaneo e (mi pare) figlio del “cacacazzi” di cui sopra, il quale si è presentato a questa cena alla guida di una sgassante Lamborghini che fonti bene informate mi dicono non essere sua, ma che comunque esalta la sua figura un po’ coatta.
Naturalmente la televisione è accesa e, altrettanto naturalmente, c’è anche il tipo che si è strategicamente seduto vicino per seguire le notizie di cui capisce lo 0,2 % “Guardate… c’è Osama (sic) in vacanza alle “Avai””.
Il mio nipotino passa perplesso di braccia in braccia finché scoppia in un pianto dirotto all’apparizione di un altro parente, o forse amico di famiglia, vestito da Babbo Natale che scatena in lui una crisi di panico. E, poiché tutti, ma proprio tutti i parenti si sentono in dovere di consolarlo contemporaneamente, la crisi si aggrava.
Verso mezzanotte, una giovane coppia, ormai stremata, si inventa di voler andare alla messa di mezzanotte e, con l’orgogliosa e soddisfatta benedizione delle pie donne, se la fila rapidamente; verrá sorpresa poco dopo a casa, lei già a letto e lui alla televisione.
Io aspetto ansiosamente che qualcuno, me ne basterebbe anche uno solo, dica che se ne va a casa per poter finalmente dire “anche io”, ma apparentemente nessuno vuole essere il primo; guardo la consuocera, ormai in stato di coma vegetativo, ma neanche da lei arrivano segnali di resa. Finalmente l’aiuto mi arriva dai due zii over 80 che minacciano di andare a casa a piedi se qualcuno non li accompagna.
Dopo altri abbracci e baci che rasentano lo stupro eccoci finalmente sulla via di casa.

Paolo Bocconi

Libertà

Nel regno delle belle colline e del bel mare c’erano un miliardo di leggi, cioè non ve n’era nessuna di plausibile certezza. Era inoltre invalsa l’abitudine, da parte degli sceriffi, di interpretare le leggi secondo le proprie idee e la propria soggettività, e questo dava a tutti i sudditi la certezza assoluta di una assoluta incertezza. Siccome poi le vite degli uomini vanno pur vissute, ognuno in ultima analisi faceva affidamento su se stesso e sulla fortuna. Era il regno dei poeti e dei navigatori? No. Poeti e navigatori erano incatenati e imbrigliati, avevano bisogno di grandi spazi ma non c’era spazio per loro nel regno delle belle colline e del bel mare. Il regno era tutto un proliferare di scarafaggi, che avevano buon gioco nel muoversi tra ragnatele, muffe, anfratti, cantine e vecchie soffitte. Gli scarafaggi erano di mille tipi e di mille sottospecie. Lo scarafaggio grigio, ad esempio, era specializzato nell’assurgere a posizioni importanti nella società attraverso il baratto della propria dignità e le relazioni con gli altri scarafaggi. Con questo metodo, cioè attraverso le relazioni e il baratto della propria dignità, lo scarafaggio grigio poteva indifferentemente diventare professore di Latino o di Matematica o di Chirurgia generale senza avere conoscenze particolari della materia da insegnare. Si sarebbe poi arrangiato sul momento, dall’alto della posizione acquisita. Lo scarafaggio giallo, per fare un altro esempio, faceva affari con gli scarafaggi grigi, e insieme si arricchivano. La bandiera dello scarafaggio giallo era l’assoluta incertezza della legge, che a loro dire autorizzava i furbi e gli spericolati a vivere calpestando ogni moralità e ogni diritto. L’assoluta incertezza della legge li favoriva, anche se ogni tanto qualcuno veniva torturato e spettacolarmente giustiziato per incutere terrore ai sudditi e ricordare loro che il potere, anche se gestito in modo del tutto arbitrario, esisteva, e non apparteneva certo ai sudditi. C’erano poi gli scarafaggi viola. La loro forza consisteva nel numero e nella disciplina militare. I loro capi (scarafaggi grigi cangianti), forse ingannandoli, li avevano resi “coscienti” (così dicevano) della loro assoluta mediocrità. Erano convinti di non esser degni di niente e di non valere niente singolarmente. Ma tutti insieme, annientandosi ognuno nella moltitudine viola, potevano dirsi orgogliosi di essere qualcosa di socialmente rilevante. La loro bandiera era la moralità. Si vantavano di osservare scrupolosamente tutte le leggi, anche se umanamente era impossibile persino conoscere tutte le infinite leggi del regno. Erano obbedienti, felici di fare la spesa allo stesso supermercato, fieri di fare ordinatamente la fila agli uffici del regno che dava loro il pane.

Che piccolezze, che miseria nel regno delle belle colline e del bel mare! E che grettezza, che mancanza di amore, ovunque!

Finché un giorno poeti e navigatori si alzarono e spezzarono le proprie catene. Si presero per mano e inondarono di amore il regno delle belle colline e del bel mare. Il regno cadde su se stesso, miseria su miseria, muffa su muffa, grettezza su grettezza. Gli scarafaggi vennero travolti dal vento e dalle onde del mare. I sopravvissuti, anche se bene accolti, morirono in seguito perché non poterono sopportare il suono meraviglioso della poesia.

Il regno cadde e fiorì un giardino di uomini liberi.

Marco Battista

I mortificati

- Strano... Ogni cosa viva si oppone alla vita in modo disperato. Ogni cosa morta si offre alla vita dolcemente... - pensò la donna, mentre stava partorendo un bambino nato morto.
All’inizio il bambino aveva lottato per uscire alla vita, ma poi si era fermato come per riposare. Si era fermato, e non si era più mosso. La donna notò quasi incredula di provare piacere all’abilità con cui il medico le estraeva col forcipe il piccolo, assurdamente avvinghiato alle sue carni esauste. Il dolore ottuso che le paralizzava l'essere cominciò a scomparire …
La mattina le infermiere cercarono di consolarla raccontandole come, dopo l’operazione, avesse dormito come morta tutta la notte.
Le incombenze della sepoltura andarono al marito. All’agenzia funebre gli dissero che non era semplice seppellire bambini nati morti. Bisognava ottenere dal medico responsabile un certificato di avvenuto decesso, che avrebbe garantito la pronta attuazione delle procedure.
- Siamo veramente mortificati, ma lei stesso capisce... - gli disse un giovane impiegato, già calvo, facendo un volto triste e costernato.
- Beh, se le regole sono queste … - pensò il padre del bambino in una docilità stordita dal dolore. Si mise in macchina e andò all’ospedale dal dottore che aveva seguito il parto.
La sala accettazione era vuota. Finalmente comparve un’infermiera, che gli passò davanti veloce, affrettandosi al secondo piano. Gli spiegò che il personale dell’ospedale era in sciopero per i tagli del Governo.
- Io comprendo, signorina, ma ho un guaio serio. Mia moglie tre giorni fa ha partorito un bambino morto.
L’infermiera si tese, diffidente:
- E io che c’entro? Sono entrata in servizio ieri…
- Lei non c'entra niente - le disse l'uomo, cercando di mantenere la calma - il fatto è che ieri mi hanno dato il bambino. Non possono più tenerlo all’obitorio. Però all’agenzia mi hanno detto che senza il certificato del dottore non possono seppellirlo. Per ora il bambino lo tengo nella vasca da bagno, perché lì fa più freddo… Mia moglie prima non voleva entrare in bagno, oggi però ha avuto un attacco isterico e se ne è andata dalla madre.
L’infermiera raggrinzò il naso dallo schifo:
- Il dottore responsabile doveva rilasciarle un certificato subito dopo l’accertato decesso del paziente. Noi che le possiamo fare? Il nome del dottore?
L'uomo le disse il nome.
- Ha una clinica privata. Qui opera una volta a settimana.
- Come una volta a settimana?! Altri tre giorni in quest'inferno?
- Guardi, sono mortificata, non dipende da me... Si segni il nome della clinica e il numero telefonico.
Gli dettò veloce i dati e corse via per le scale.
L'uomo raggiunse verso sera la clinica a C... . Nel parcheggio c'erano mercedes blu e SUV antiproiettile. Entrato nell'androne di marmo, vide un celebre deputato, accompagnato dalla scorta. Il deputato conversava con un omino grasso: il dottore che aveva fatto partorire sua moglie.
- Signor dottore, mi aiuti! Il cadavere mi sta in bagno!
Tutti guardarono il padre del bambino con immenso stupore. La scorta portò le mani alle tasche interne delle giacche. Il dottore lo fulminò con lo sguardo, e con voce rauca per lo spavento e l'indignazione scandì:
- Si rende conto chi sta importunando? Chi è lei? Di che cadavere delira? Risponda od ordinerò di chiamare la polizia!
Fu allora che la disperazione di quella giornata fece impazzire l'uomo, che urlò:
- E tu a che cazzo pensavi, quando hai fatto mori' mi fijo, infame!
- Ah, la ricordo. Non potrebbe controllarsi? - disse il dottore e, costernato, bisbigliò al deputato:
- Onorevole Magnamerla, mi perdoni per questo matto. Sapesse come sono mortificato...
Il pugno raggiunse il dottore tra la mascella e il collo. Il dottore crollò privo di sensi, senza aver fatto in tempo ad inchinarsi al Magnamerla: il padre del bambino morto lo aveva colpito mentre stava piegando le tozze gambe. L'uomo sentì una gioia così grande, che cominciò a ridere isterico. La sua risata fu l'ultima cosa che ricordò: dopo gli si gettò addosso la scorta.
I raggi lividi delle sirene giocavano con le ombre del suo volto, ispido di sangue rappreso. Spesso toccava le labbra spaccate per controllare se sanguinassero ancora. Non capiva perchè le costringesse a pronunciare parole che nessuno dei presenti avrebbe comunque ascoltato, ma l'indifferente ostilità dei poliziotti e della scorta non gli dava pace:
- Sono mortificato, perdonatemi... Il bambino mi è rimasto in bagno. Mia moglie se ne è andata... - disse, ma le labbra si muovevano appena dal dolore: il poliziotto che si era fatto avanti non aveva sentito niente.
Lo fecero alzare e lo portarono in commissariato.

Claudio Napoli

DA OSAMA A OBAMA (E VICEVERSA)
Racconto esoterico sul potere


1. Una telefonata notturna

Erano da poco passate le due e Nasdaq stava tranquillamente russando sul suo futon di legno auto costruito quando il telefono lo fece saltare in piedi di soprassalto. Chi poteva essere a quell'ora? Si avviò a tentoni verso il salotto, al terzo tentativo riuscì ad accendere la luce sulla scrivania ma con il gomito rovesciò una pila di libri con sopra una piantina di basilico che aveva trapiantato la sera prima. Nel trambusto anche il criceto si svegliò e prese a girare nella ruota dentro la gabbia dove stava, segno evidente di nervosismo. Sollevata la cornetta Nasdaq era sul punto di mandare a quel paese lo scocciatore notturno ma dovette ben presto trattenersi.
Dall'altra parte del mondo era in linea Mr. Barack Obama, il neo presidente americano appena eletto, che gli chiedeva con le spicce di andare subito da lui, per aiutarlo a risolvere un grosso problema internazionale. Nasdaq si era abituato a queste improvvise trasferte, ma questa volta il passaggio dal sonno alla veglia era stato decisamente brutale e fu tentato di accampare scuse, tipo i lavori nell'orto o i problemi del criceto. Quello che più lo seccava era la minima mancanza di un preavviso; Barack però non volle sentire scuse e gli intimò di fare subito le valige. Dovette abbozzare.
Il suo lavoro di consulente internazionale part time da poco intrapreso, da quando cioè era capitato negli States in piena campagna presidenziale assistendo per caso a un comizio di Obama, gli aveva dato molte soddisfazioni, ma anche tanto stress. In poco tempo aveva rinunciato al giardino, alla televisione, al sudoku e al gioco a carte in osteria. Gli riusciva a mala pena di seguire il criceto Geronimo che aveva sempre richiesto un certo supporto psicologico per quel suo nervosismo cronico latente, e la gatta color tartaruga che si era impossessata ormai da un anno di casa sua.
Comunque, dopo aver portato il criceto, con la gabbia e tutto, e la pappa della gatta (solo scatolette di patè) dal vicino di casa lasciando un messaggio sulla porta, prese lo zainetto che teneva sempre pronto per simili evenienze, saltò sulla moto e prima dell'alba arrivò all'aeroporto, dove un Falcon dei Servizi, sezione “Voli speciali”, era in pista per lui con le luci accese e le turbine in moto.
A Roma, un paio di ore dopo, due tizi incravattati con i capelli a spazzola lo deposero su una comoda poltrona di un volo di linea, in partenza di lì a poco per Washington, affibbiandogli un biglietto “businnes class”. Su quella poltrona, in una zona dello scompartimento praticamente vuota, Nasdaq riprese a russare senza neanche accorgersi che l'aereo era decollato e stava volando sopra l'oceano miglia e miglia da casa sua.


2. Nello Studio Ovale

“Welcome my friend, how are you?” gli chiese con un sorriso smagliante Obama aprendogli di persona la porta dello Studio Ovale e invitandolo a sedersi per un drink Scotch Bacardi. Dopo i primi convenevoli e lo scambio di battute sulle rispettive novità, Barack si sedette allo scranno presidenziale mettendo come di consueto (lo avevano fatto prima di lui tutti i presidenti americani) le scarpe lucide sulla scrivania, il sigaro in bocca e il bicchiere tintinnante di ghiaccio in mano. Mr. Obama era in tutto e per tutto una persona estremamente simpatica e accattivante, affabile e alla mano, con un “sense of humor” molto spiccato, addirittura anglosassone. Le sue battute sui neri e sui bianchi avevano fin dall'inizio fatto morir Nasdaq dal ridere, per non parlare degli aneddoti famigliari circa la sua sterminata tribù sparsa per il mondo, tra States, Africa e Asia.
Ora però Barack divenne d'un tratto serio e taciturno e Nasdaq si preoccupò, posando di riflesso sul tavolo la bibita ghiacciata che teneva in mano. L'avevano chiamato per un problema che stava ormai ossessionando l'America, togliendo il sonno e il buon umore al suo neo Presidente.
Uno schermo scese silenziosamente sulla parete dell'ufficio e diapositive manovrate dal personale di servizio mostrarono dati, grafici, cifre, stime, informazioni riassuntive e infine uno stuolo di facce barbute e baffute avvolte in kefiah o turbanti, dai capelli ricciuti così grossi che parervano fil di ferro e con certi sguardi che trafiggevano, anche solo in effige, chiunque si trovasse dinanzi a loro a guardarli.
Il terrorismo islamico che aveva giurato da tempo la fine dell'Occidente e degli Stati Uniti d'America, si era incarnato nel Principe del Male, nel Signore delle Tenebre, nell'Avversario del Mondo Libero.... Era comparso il Messaggero della Fine, lo Sterminatore dei corrotti, il Fustigatore dei costumi sessuali occidentali e delle donne senza pudore, il Nemico degli hamburger e degli hot dogs: tutto ciò era Osama Bin Laden!
Osama, al contrario degli altri, si presentava bene: aveva un volto serafico incorniciato da boccoli che gli arrivavano fin quasi alle spalle, era vestito di garza candida, lo sguardo vagante e un po' sperso oltre i consueti orizzonti terreni, tale da parer non avere il minimo rancore verso l'Umanità. La mano destra era posata su di un Kalashnikov come se stesse accarezzando un gatto soriano, la sinistra indicava verso l'alto ed era adornata da un grosso anello con una luminosa pietra azzurra, mentre il polso mostrava un voluminoso Rolex d'oro.
“Perché lo fa?” chiese Nasdaq. Un tipo dei Servizi Segreti rispose: “Da piccolo gli hanno rubato la play station con cui passava quasi tutto il suo tempo. Non si è più ripreso e ha giurato a se stesso di distruggere l'Umanità.
“Avete provato a regalargliene un'altra?” domandò Nasdaq.
“Come no!” rispose il pezzo grosso della CIA “Ma voleva quella della sua infanzia, dove c'era un programma con gli orsacchiotti che andavano a pescare i salmoni nel torrente e poi si azzuffavano davanti a una torta di compleanno perché compivano tutti e tre gli anni alla stessa ora dello stesso giorno e ognuno voleva spegnere le candeline da solo!”
“Banalità del male!” disse Barack pensieroso versandosi altro whisky nel bicchiere.
Dopo aver finito quella spaventosa carrellata di gente votata alla morte, i due amici andarono a mangiarsi due mega hamburger al Mc Donald più vicino alla Casa Bianca, anche se Nasdaq era ancora sottosopra per il cambiamento di fuso orario. Il tempo era decisamante splendido e i due, continuando l'allegra conversazione interrotta poco prima, si dimenticarono ancora per un po' la pericolosa missione che li aspettava.


3. Nel Waziristan

Quella trasferta in zona di operazioni Nasdaq non se la dimenticò per il resto dei suoi giorni. Occorsero ben quattro voli per arrivare in Waziristan, dove si diceva si trovasse la tana del lupo.
Un jet della CIA li portò prima a Edwards, California, dove un vecchio cargo militare C141 prese in consegna i due eroi, destinazione Karachi, Pakistan. Naturalmente i due viaggiavano in incognito, Obama travestito da imam, con turbantino candido, barba posticcia,veste lunga senza colletto, sciarpa scura intorno alla vita, bastone e babbucce, il tutto con un “look” che lo invecchiava di vent'anni; Nasdaq più o meno nella stessa tenuta, in più con gli auricolari dell'i-pod che gli uscivano dalle orecchie.
L'aeroporto di Karachi era il posto più squallido e puzzolente che Nasdaq avesse visto in vita sua. Gli impianti di condizionamento non funzionavano, tutto era sporco e intriso di un forte odore di urina. I due furono subito presi in consegna dai Servizi e immediatamente trasbordati su un vecchio Tupolev ex sovietico con equipaggio misto dove un pilota dalla faccia spiritata masticava continuamente tabacco. Il tempo si manteneva buono e l'aria era calda e secca di giorno ma umida di notte, tipico degli ambienti desertici. Il decollo non diede problemi e anche il volo filò via liscio.
Dove atterrarono, in una base segreta dei Marines circondata dal deserto ai bordi del Pakistan, c'era un silenzio spettrale, carico di tensione. Furono praticamente rinchiusi sotto terra, in un bunker provvisto di ogni confort dove finalmente si ristorarono e riposarono a lungo....
Ma fu in quell'ultimo volo dove quasi ci lasciarono tutti la pelle che Nasdaq giurò a se stesso che non avrebbe mai più fatto il consigliere internazionale per riportare la pace nel mondo....era troppo pericoloso! Si trovarono in tre, lui, Obama e il pilota pakistano che tabaccava, a bordo di un piccolo idrovolante rosso senza numeri di matricola che a tremila metri cominciò ad andare su e giù per via di strati più o meno densi dell'aria, dovuti alla vicinanza delle montagne. Stavano sorvolando il Waziristan, una landa desolata e rocciosa a cavallo di Pakistan e Afghanistan, terra di nessuno, zona tribale senza legge, tranne quella dei taliban, esercito di predoni tagliagole che avevano sempre dato nei secoli filo da torcere a tutti.
Gli inglesi, dalla vicina India, avevano provato a domarli nei due secoli precedenti. Poi era arrivata l'Armata Rossa, lasciandoci parecchi morti e armi, anche per lo zampino degli americani. Ora i taliban stavano dando problemi a tutto l'Occidente, ospitando Al Qaeda e fornendo manovalanza al terrorismo di mezzo mondo. L'Occidente, dopo l'episodio delle Twin Towers, le famose torri di New York fatte abbattere da Bin Laden, aveva deciso di distruggere l'estremismo di matrice islamica, invadendo l'Afghanistan per convertire quelle popolazioni da sempre bellicose alla democrazia.
I predoni del Waziristan appartenevano alle tribù dei Mahsuds ed erano tra i più feroci guerrieri con cui il mondo occidentale avesse mai avuto a che fare... Tra poco Nasdaq e Obama li avrebbero sicuramente incontrati.
Quando il piccolo idrovolante rosso si accinse all'ammaraggio sul microscopico laghetto in mezzo al deserto roccioso posto sopra i duemila metri, Nasdaq nascose la testa tra le ginocchia e ci piegò sopra le braccia. Obama fece altrettanto, il pilota contò a voce alta fino a dieci, poi tolse il gas, abbassò di brutto flap e timoni di profondità recitando una veloce giaculatoria in lingua coranica e l'aereo, dopo aver impattato sull'acqua, percorse tutto il laghetto da una riva all'altra piantandosi alla fine con un botto nel fango.
Riavutosi da quell'ammaraggio decisamente speciale, il pilota riprese a masticare e sputò finalmente soddisfatto, mentre i suoi occhi, ora più rilassati, si interessavano a un gruppo di muli che pascolavano lì attorno, apparentemente senza padroni...Dopo qualche difficoltà i tre uscirono illesi dai rottami dell'aereo.
Intanto i taliban inturbantati di nero, vestiti di camicioni color sporco e corredati di kalashnikov, sbucarono uno dopo l'altro dal nulla, circondarono il relitto e cominciarono a parlare in modo esagitato e con forti suoni gutturali al pilota pakistano, che aveva conoscenza di elementi della lingua locale. Si lamentavano che l'atterraggio di fortuna aveva disturbato le loro capre del cui latte naturalmente erano molto orgogliosi. Dopo aver accolto le scuse dei tre stranieri, i predoni li riscaldarono al fuoco e li rifocillarono, mandando nel frattempo alla base messaggi criptati con un telefono satellitare. Obama e il pilota cercavano di mostrarsi rilassati e diplomatici, ma Nasdaq era nervosissimo e continuava a masticare silenziosamente la carne arrostita di montone, chiedendosi come mai avesse fatto a finire tra quei deserti inospitali. Non ebbe il tempo di coltivare a lungo i suoi dubbi perché, appena terminato il frugale pasto, il capobanda diede l'ordine di partenza immediata: furono sellati tre muli in più e la carovana partì, avvolta dall'oscurità della notte desertica e silenziosa, disturbata solo occasionalmente da qualche latrato lontano.


4. La Valle della Morte

“Valle della Morte, Via dei Teschi 9/11” ripeteva mentalmente Nasdaq in sella al suo mulo, mentre la teoria composta da uomini e animali avanzava lentamente sugli stretti sentieri di fondovalle o in cima a pericolose creste e dirupi. “Ma come si può abitare in luoghi simili? Bisogna avere il fegato di un predone e insieme la pazienza di un eremita!” continuava a rimuginare, e si chiedeva chi cavolo fosse questo Osama Bin Laden, rampollo di ricca famiglia di costruttori edili, e cosa mai nella vita l'avesse portato in quei luoghi estremi, dove in cielo regnava l'avvoltoio dalle ali immobili e in terra un silenzio di morte che avrebbe fatto impazzire chiunque.
Avanzarono due notti e due giorni sotto un sole implacabile o avvolti in ruvide coperte per ripararsi dal gelo notturno. Nelle poche soste in caverne o in luoghi riparati mangiavano sempre montone arrostito e bevevano tè nero. Il pilota , il cui nome era Rafiq, continuava a masticare il suo tabacco e a pregare in lingua coranica... Se Nasdaq avesse conosciuto in quei momenti il tenore di vita condotto dallo “Sceicco del Terrore”, sarebbe tornato indietro di corsa... Cominciò a esprimere i suoi dubbi e le sue paure a Obama che lo seguiva a cavalcioni di un mulo dalle orecchie basse ed era stranamente silenzioso.
Dopo qualche battuta per alleggerire la tensione, grattandosi la barba finta, il Presidente cominciò a parlare. Raccontò a Nasdaq di sé e finì per confessargli le cose più segrete e imbarazzanti della sua vita.
Chi era Barack Hussein Obama? L'uomo più noto d'America era in realtà uno sconosciuto la cui vita rimaneva avvolta nel mistero. Il suo nome ad esempio era stato un problema fin dall'inizio, quando un conduttore di Fox News lo aveva chiamato “Barack Osama”.
L'accostamento col peggior nemico riconosciuto dell'America era stato materia di lavoro per molta gente, dai comici, ai giornalisti, ai nemici politici. Alcuni ci avevano sguazzato accusandolo di essere sotto sotto un musulmano e di aver frequentato in Indonesia una “madrasa”, cioè una scuola coranica, avamposto ideologico dell'Islam, quell'Islam che per bocca di Osama e di altri aveva giurato morte all'Occidente e alla civiltà giudaico-cristiana.
Poi c'era il colore della pelle: “abbronzato” l'aveva definito un politico spiritosone di una qualche sperduta provincia dell'Impero. Troppo chiaro per essere un nero, troppo scuro per essere un bianco. Ma il problema più spinoso era l'origine della sua famiglia o, meglio, di suo padre. Barack Hussein Obama senior, keniota, alla sua morte aveva lasciato quattro mogli e otto figli, un vero puzzle socio-etnologico. Era stato, nella sua vita spericolata, oltre che poligamo, un grande idealista e fervente musulmano anche se non molto osservante. Della sua numerosa nidiata sparsa per il mondo, uno era morto da giovane in un incidente di moto, mentre gli altri si erano quasi tutti eclissati tranne George che viveva in una baracca di latta negli slum di Nairobi, dimenticato e inavvicinabile e che, non avendo mai conosciuto suo padre, invidiava e detestava Barack per questo suo supposto privilegio.
In realtà Barack nella sua fanciullezza non si era trovato in una realtà davvero migliore.
Obama senior aveva studiato all'Università delle Hawaii con una borsa di studio statale; aveva incontrato una donna bianca, se n'era invaghito e ci aveva fatto Obama junior, anche se era già sposato con una ragazza della sua tribù in Kenia, che aveva lasciato prima di partire per gli States.
Ma dopo un po' aveva cambiato idea, lasciando anche la donna bianca con il figlioletto appena avuto per tornarsene in Africa a onorare una promessa: quella di “migliorare il proprio continente”.
Era stato un giocatore d'azzardo su più tavoli, un arrampicatore sociale, un pazzo visionario? Forse era stato tutto questo. Comunque sia, tornato in Kenia e incontrati alcuni ostacoli allo sviluppo della sua missione, prese l'abitudine di bere, divenne violento e inaffidabile. L'alcool gli stroncò la carriera. In un incidente d'auto perse ambedue le gambe, in un altro ci lasciò la pelle. Una fine decisamente ingloriosa per chi aveva avuto come scopo nella vita quello di cambiare un continente.
Barack, dopo il fallimento del secondo matrimonio di sua madre in Indonesia, a dieci anni fu allevato dai nonni bianchi che stavano a Honululu. Più tardi la nonna bianca sarebbe stata accusata dai media di razzismo perché, a sua detta , “aveva paura dei neri che le passavano vicino per strada.” “Forse perché erano troppo neri” aveva pensato Obama, una volta diventato presidente degli Stati Uniti d'America. La storia “del bianco e del nero” l'aveva sempre perseguitato tanto che, per risolvere la questione, aveva messo tra i primi punti del suo programma elettorale la seguente dichiarazione: “Tutti gli uomini nascono bianchi ma poi, siccome col tempo alcuni di loro si scuriscono, meglio dare a tutti subito una mano di grigio.” Aveva inventato il nuovo rappresentante della razza umana: l'uomo grigio.


5. Lo Sceicco Osama

I Servizi, prima della partenza dei due “missionari di pace”, avevano messo in tasca a Obama una stringata informativa sul personaggio che sarebbero andati a visitare. Ecco cosa diceva:

§ Vita di Osama Bin Laden §

“Diciasettesimo dei 53 figli di un noto costruttore edile, nasce a Riad in Arabia Saudita nel 1957 da madre siriana e da padre saudita. Il padre, Muhammad Bin Laden, analfabeta ma geniale, si è arricchito grazie al boom edilizio finanziato dal commercio del petrolio. La famiglia è facoltosa.
A nove anni Osama lavora in cantiere con entusiasmo, a tredici perde il padre in un incidente di elicottero. A 17 anni sposa una cugina siriana di 14, dalla quale ha 11 figli.
A 22 anni si unisce alla resistenza afghana per combattere l'invasione dei russi. Assolda migliaia di combattenti e riceve aiuto anche dal governo americano tramite la CIA. Dopo il ritiro sovietico, nel 1989, costituisce assieme ad altri Al Qaeda (La Base), un network del terrore che si ramifica in 30 stati del mondo. Dopo le vicende di Somalia nel 1992 il governo saudita gli toglie il passaporto e nel 1996 la cittadinanza, costringendolo a riparare in Sudan, ma è costretto a lasciare anche quel paese. Ritorna in Afghanistan da dove lancia la guerra santa (jihad) agli USA, ribatezzato “Il Grande Satana”. Tutto ciò accade dopo la prima guerra del Golfo e l'invasione del Kwait da parte dell'Iraq (1991) e le operazioni belliche in Somalia (1992) da parte del governo Bush senior.
Nel 1988 è ospite del governo di Kabul e organizza campi di addestramento che raccolgono militanti integralisti da tutto il mondo per la guerra santa contro tutto l'Occidente.
Nel 2001 organizza l'abbattimento delle Twin Towers a New York , la semidistruzione del Pentagono a Washington, che costano più di tremila vittime civili e militari e la distruzione di quattro aerei di linea con i loro equipaggi. Subito dopo il governo Bush junior ordina l'invasione dell'Afghanistan per rovesciare il regime talebano che gli offre protezione. Al Qaeda viene gravemente compromessa ma Bin Laden non viene mai catturato, pur rischiando la morte diverse volte, come a Tora Bora. Impara a muoversi con ogni mezzo (anche cammelli o motociclette) e travestimento, riescendo a sfuggire alle truppe speciali di molti paesi che lo cercano supportate da ogni mezzo tecnologico. Pur essendo affetto da diabete dimostra eccezionali doti di sopravvivenza negli ambienti desertici, trovando rifugio nelle caverne. Mangia e beve pochissimo. Unico suo svago è una play station. Nei suoi proclami al mondo, diffusi dalle TV arabe (Al Jazeera), Bin Laden manda ai suoi affiliati messaggi occulti tramite oggetti e gestualità ed esplicita in modo dotto e circostanziato la sua politica di terrore verso gran parte dell'Umanità. Il 24 ottobre del 2004 diffonde il suo ultimo messaggio, poco prima delle elezioni americane. Da allora, per moltissimi arabi e musulmani sparsi per il mondo, entra nel mito.”

Osama Bin Laden era solito alzarsi prima dell'alba e pregare sul suo tappeto rivolto alla Mecca. Poi faceva un'oretta di meditazione e al levare del sole mangiucchiava qualcosa. Dopo di che riceveva in un spazio aperto i suoi emissari e fedelissimi che lo aggiornavano davanti a una grande carta geografica sullo scacchiere del terrorismo mondiale; ascoltava i risultati degli attentati più recenti e poi li commentava. Veniva edotto sulle operazioni degli Americani in Iraq e Afghanistan. Dispensava direttive, ammonimenti, ordini e consigli con parole appena sussurrate.
Doveva risparmiare energie perché era di fatto al limite della sua vita. Dopo aver superato miracolosamente un coma diabetico, aveva perso durante un bombardamento l'uso delle gambe e si poteva muovere solo con una sedia a rotelle, che però non limitava per nulla la sua attività giornaliera. La sua forza morale e il suo carisma si erano mantenuti intatti, la sua ferma volontà di distruggere l'uomo occidentale anche. Dopo di che avrebbe riformato l'Islam spazzando via i regimi più corrotti, poi avrebbe purificato col sangue gli altri troppo tiepidi, dopo di che... quanta strada aveva da fare ancora Osama!
Intanto, dalla sedia a rotelle, si addestrava per migliorare la sua concentrazione al tiro con l'arco e con ogni possibile arma da fuoco, automatica e non. A volte veniva anche portato a caccia con il falcone in mezzo al deserto. Ma il suo svago preferito era la play station (questo era il grande mistero che avrebbe tolto il sonno a Nasdaq).
Con quell'aggeggio satanico, dentro una blindatissima caverna controllata a vista notte e giorno, collegandosi via web, lo Sceicco del Terrore, il Rifondatore del Califfato Islamico, si divertiva a seminare la morte nel mondo. In questo era assolutamente imparziale. I programmi che usava erano: “Bombe a Bombay”, “Cristiani flambè a Cartoum”, “Europei tritati a Londra”, “Sinagoghe volanti ad Ankara”, “Treni grigliati a Madrid”, “Discoteche chiuse a Bali”, ecc…


6.Nella tana del lupo si gioca a poker

All'alba del terzo giorno la carovana dei predoni depositò i suoi preziosi ospiti davanti a una serie di caverne scavate nella roccia da tempi immemorabili. Davanti a quella che sembrava la più grande e la più comoda si aprirono silenziosamente due grandi paratie e ne uscì lo Sceicco sul suo trono a rotelle spinto da un potente motore elettrico mosso da batterie solari. Osama sembrava allegro, anzi era quasi raggiante. Insomma, era indubbiamente ben disposto. Il suo popolo gli si fece attorno festoso, inneggiando.
Vennero trattati in maniera sontuosa. Ebbero docce e con acqua bollente, vestiti di garza leggeri e profumati alla lavanda per difendersi dal calore diurno e di lana per il freddo delle ore serali; ottimo cibo a base di riso basmati, salse al curry e masàla, carne di pollo, agnello e selvaggina, yoghurt, frutta secca e di stagione del Kashmir, dolci di pasta di mandorle e allo zibibbo, tè alla menta, al latte, al gelsomino. Furono allietati da musica pakistana e danze folcloristiche pashtum. I tre rimasero allibiti, non si sarebbero mai aspettati una simile accoglienza. A Nasdaq sembrò di essere capitato nella sede di un Club Méditeranné molto speciale, mancavano solo il golf, la piscina e i corsi di break-dance...
Poi, come da accordi presi in precedenza, cominciò il gioco alle carte.
Si sedettero all'ombra di un gazebo, Nasdaq e Obama da una parte, Osama e Rafiq dall'altra, si iniziò con una mano di rubamazzetto, poi passarono al tressette, allo sputo, al ramino, alla scopa. Nasdaq spiegava diligentemente le regole e faceva degli esempi prima di iniziare a giocare. C'era molto entusiasmo. Chi vinceva aveva in premio pistacchi e noccioline.
Vennero portate le carte napoletane e si passò alla briscola. Poi vennero i tarocchi, da ultimo il poker. Continuarono per diversi giorni, giocando e bevendo tè, per volere di Osama, che ci aveva preso gusto, tutto dedito a imparare i nuovi passatempi “del corrotto mondo occidentale”.
Nel frattempo però si parlava anche di importanti questioni internazionali. L'atmosfera si era incredibilmente rilassata, ma quando arrivò il poker la posta divenne decisamente alta.

Un giorno Osama disse a Obama: “Se vinciamo io e Rafiq lascerete distruggere Wall Steet dai miei uomini alla guida di un aereo di linea carico di cittadini americani.”
Obama e Nasdaq si guardarono e impallidirono: si sarebbe ripetuto il bis delle Torri Gemelle che l'undici settembre del 2001 aveva messo in ginocchio l'America; ma a pensarci bene, poiché l'economia e la finanza del paese erano già a pezzi per conto loro, il danno , a parte i morti, non sarebbe stato poi così grande.
“E se vinciamo noi?” chiese Nasdaq a sua volta.
“Se vincete voi giuro solennemente che passerò il resto della mia vita a servire hot dogs e hamburger nel Mc Donald più in vista di New York!” (E nel dir questo ebbe una leggera smorfia di disgusto, immaginando tutta quella carne impura che avrebbe dovuto maneggiare...)
“In ogni caso, a prescindere da chi vincerà questo torneo, la guerra santa deporrà subito dopo le armi, ma proseguirà in altro modo la sua lotta per la supremazia nel mondo.”
Obama e Nasdaq si guardarono, confabularono per qualche minuto e decisero che il gioco valeva la candela.


7. La play station

Nella Valle della Morte tutto procedeva decisamente bene: sembrava che le questioni internazionali più scottanti fossero giunte all'epilogo.
Il poker andò avanti per diversi giorni, perché le due squadre ci avevano preso gusto e sotto l'occhio di un giudice di gara elettronico, nessuna delle due sembrava prevalere sull'altra in modo definitivo.
Durante una pausa di gioco, Nasdaq, su consenso dello Sceicco, riuscì a visitare la sede della play station che da tempo gli stava togliendo il sonno: voleva svelare il mistero che stava dietro a quell'aggeggio infernale. Non capiva, come un gioco virtuale potesse provocare, da dentro una caverna, una serie infinita di stragi sparse per la terra, in tempo reale!
Lo spettacolo che gli si presentò davanti quasi lo tramortì dall'orrore. Sulle pareti della caverna, verniciata completamente di rosso sangue, c'erano delle mensole su cui erano sistemate in bell'ordine: pietre che avevano lapidato donne adultere, mani mozzate di ladri, lingue di spergiuri, piedi di imbroglioni e usurai, teste di infedeli decapitati dagli uomini della jihad.
Dall'altro lato erano invece appesi le armi e l'attrezzatura varia per questi nefandi riti di giustizia.
Al centro della caverna stava la play station, sistemata su una specie di altare squadrato di roccia lavica, illuminata da quattro grosse candele sempre accese. A Nasdaq sembrava un luogo per messe sataniche.
Con la scusa di migliorare il software, fece mettere in moto la macchina. Si connesse alla rete, aprì le finestre, scorse i titoli dei giochi, ne individuò uno: era “Bombe a Bombay”.
Iniziò a giocare. Aveva a disposizione una squadra di giovani kamikaze venuti dal Pakistan per demolire clamorosamente i più importanti alberghi del centro di Bombay. Li divise in due squadre, li fece entrare simultaneamente nelle rispettive receptions, ammazzare gli inservienti, prendere in ostaggio e rinchiudere ad un determinato piano tutti gli ospiti occidentali, lanciare qualche bomba qua e là per mettere in scacco le autorità indiane. Poi le finte trattative per guadagnare tempo, l'eliminazione ponderata degli ostaggi per provocare l'assalto finale delle forze di sicurezza e la demolizione mirata degli alberghi con il sacrificio dei giovani jihadisti. La cosa stupefacente di tutta l'operazione, in parte realmente accaduta, era la mancanza di qualsiasi rivendicazione, se non quella di dimostrare il terribile potere distruttivo di una delle due parti in causa. E l'obiettivo era stato in buona parte realizato.
Ma la cosa che più disturbava Nasdaq era che, al termine di uno qualsiasi di questi “giochi di guerra” , dalla macchina iniziava a sgocciolare fuori sangue, che colava dappertutto e scendendo sui gradini dell'altare, rendeva problematico l'inizio del gioco seguente.
Nasdaq chiese di poter manomettere la play station per evitare i sanguinamenti cronici che avrebbero potuto danneggiarla; in realtà, dialogando con la macchina, riuscì a istallare dei virus, in cui orsetti armati di canne da pesca trasformavano quei diabolici e assurdi ammazzamenti in innocui giochi per bambini.


8.Metamorfosi

Il poker ormai andava avanti da diversi giorni nella noia più totale e assenza di novità.
Sembrava che le due squadre volessero battersi per stanchezza o per errore dell'altra, dato che nessuno tendeva a bluffare più di tanto. Si era instaurato un clima da bravi ragazzi e tutti si erano dimenticati che c'erano in ballo l'economia e gli equilibri mondiali.
Se gli Stati Uniti, l'unica super potenza rimasta, fossero tramontati sulla scena internazionale, cosa sarebbe successo nel mondo? La vecchia Europa era finita da un pezzo per consunzione e mancanza di iniziativa; c'era la Russia che con il suo leader spregiudicato stava riarmandosi in fretta mettendo allo stesso tempole mani su ogni risorsa possibile. C'erano le “tigri asiatiche”, Cina e India, che bruciando sempre più materie prime, producevano e consumavano una fetta sempre più grossa dei beni disponibili sul mercato mondiale. C'erano “gli stati canaglia” che con lo spauracchio del nucleare volevano ritagliarsi con la forza la loro nicchia di potere regionale. E c'erano i terrorismi di ogni tipo, che non potendo alterare minimamente gli equilibri imposti dai “grossi”, diffondevano su tutto il pianeta un sudario mortifero e paralizzante, una specie di incitamento collettivo al suicidio per il genere umano. Il terrorismo musulmano in particolare prospettava sesso a gogò alle porte di un paradiso per soli uomini!

Mentre Nasdaq rifletteva tra sé su questi spiacevoli argomenti, successe qualcosa che sarebbe stato difficile non definire miracoloso. Osama all'improvviso parve subire una metemorfosi.
Il suo enigmatico e un po' forzato sorriso cominciò a rilassarsi e a tingersi di rosa; il colore del suo volto di diabetico, tendente fin'ora al bianco-giallino, si fece più sano e vitale; lo sguardo, divenuto più attento e vivace, cominciò a guizzare. Prese a lasciarsi andare a battute esilaranti, poi iniziò a ridere di gusto, come sopraffatto da una vera e propria crisi di allegria. In quattro e quattr'otto anche il poker stava per volgere a suo favore e Nasdaq ebbe un brivido alla schiena.
A un certo punto Osama lasciò cadere le carte sul tavolo e si mise a guardare il cielo con occhi estasiati, come se avvertisse una musica angelica. Cominciò a canterellare.
Nasdaq capì quasi subito che Osama era caduto in una crisi mistica, che intuiva essere il risultato di troppa sofferenza, troppe privazioni, troppi sacrifici, troppo amore negato. Il suo volto si era illuminato e tutta la sua figura era avvolta da un fascio di luce bianca che lo inondava dall'alto. Dio in persona lo stava forse tirando dalla sua?
A un tratto lo Sceicco si alzò di scatto, spinse via la sedia a rotelle che si ribaltò con fragore più in là, comincìò a muoversi con movimenti di danza appropriati e decisamente femminili, al ritmo di una musica che lui solo percepiva. Cominciò a cantare salmodiando inni sacri. Obama si avvicinò a Nasdaq e gli disse che si trattava del “Cantico dei Cantici”, una delle più belle e poetiche parti della Bibbia!
Alla fine, non si sa come, saltò fuori un'orchestrina di suonatori che improvvisò motivi di musica popolare, scanditi da cimbali e tamburi, che davano molto bene l'idea di forza e gioia di vivere.
Di lì a poco, come per magìa arrivarono anche delle danzatrici che muovendo sinuosamente il loro ventre scoperto circondarono da ogni parte amorosamente Osama. Con occhi ammiccanti e palpebre appesantite dal kajal, agitavano mani e braccia in modo decisamente provocante.
Tutta la tribù wazira venne contagiata dalla magica scena, in cui il Principe del Terrore, il Profeta e Annunciatore di morte, si era trasformato in un ballerino di danza del ventre che inneggiava alla Vita.
Un' energia orgonica e orgasmica stava ormai saturando l'intera valle dell Morte... Nasdaq per la prima volta dimenticò il motivo che l'aveva condotto lì, continuò a sorbire il suo tè al gelsomino godendosi lo spettacolo in santa pace. La festa andò avanti tra canti e balli e proseguì alla luce dei falò tutta la notte. L'indomani un nuovo sole splendente sorse sulla valle insonnolita e riappacificata col mondo. Nasdaq cercò Obama che nel frattempo era sparito: nessuno l'aveva visto e sapeva niente di lui. Nasdaq si preoccupò e vagando qua e là cominciò a chiedere a Rafiq, ai ragazzi che guardavano i muli, ai taliban di guardia, alle donne avvolte nei burqa che iniziavano a svolgere le loro mansioni quotidiane. Nessuno sapeva niente: Obama era sparito, volatilizzato.


9.Il diavolo, probabilmente

Poi vide Al -Zawahiri, il medico personale di Osama, in disparte, inginocchiato sul tappeto da preghiera. Aveva la barba lunga, il turbante mezzo sfatto, la veste sgualcita e qua e là rammendata, lo sguardo fisso in direzione della Mecca. Degli occhi si vedevano solo due fessure, mentre le labbra si muovevano velocemente senza emettere alcun suono.
Preso da un'improvvisa paura Nasdaq lo toccò sulla spalla, l'altro si voltò di scatto e senza sorpresa o fastidio gli fece cenno di sedersi. Gli spiegò, nel suo discreto inglese, (l'uomo era nato al Cairo ma aveva studiato all'estero) che Obama, nel corso della notte, aveva avuto un attacco di epilessia abbastanza grave, visto che, tra un contorcimento e l'altro urlava frasi sconnesse ed emetteva bava dalla bocca, tentando anche di ferirsi il volto con le unghie. Dopo che il medico l'aveva sedato per mezzo di farmaci, Obama aveva riposato qualche ora, ma all'alba si accorsero che aveva perduto l'uso delle gambe. A un certo punto Al-Zawahiri lo aveva visto strisciare sul pavimento, arrancare affannosamente verso un angolo della stanza e issarsi a braccia sulla sedia a rotelle che era stata di Osama...

Due mesi dopo questi fatti una carovana di muli condotti da taliban inturbantati di nero e con le armi a tracolla lasciava verso sera la Valle della Morte. Nella luce giallo-rosata del tramonto le creste delle montagnne circostanti si allungavano sugli immutabili scenari desertici, densi di solitudine. In cielo roteavano gli ultimi condor, a terra belve, serpenti e scorpioni correvano a rintanarsi per la notte. Mentre i fuochi venivano accesi e l'odore del montone arrostito si spargeva per l'aria, i tre ospiti scortati dagli armati si preparavano al faticoso viaggio di ritorno, destinazione un laghetto sperduto di montagna dove sarebbero stati prelevati da un velocissimo elicottero dei marines.
Uno degli ospiti assomigliava moltissimo a Obama. La pelle era sufficientemente scura, il naso era largo alla base, le labbra carnose ma non troppo; i capelli erano stati tagliati cortissimi ed arricciati con cura. Le sopracciglia erano identiche, come anche gli occhi e i denti, bianchi e scintillanti. Il volto era perfettamente rasato e il sorriso decisamente accattivante. Le orecchie no, quelle erano state in parte modificate...
Solo quei due nei, uno abbastanza grande e rilevato, l'altro un po' più piccolo, alla radice sinistra del naso, inspiegabilmente mancavano...

FINE

(1)Traduzione: “Benvenuto amico, come stai?”

Enrico Lancellotti

Ma ti diverti a scrivere queste scemenze? Ti consiglio di dedicarti a qualcosa di più utile a te e agli altri.

Faccio notare la data dell'ultimo post, a firma "cocco bill":11/11/09.
Che sia un parente di O.B.L?

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