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COLORI DI LUCE PROPRIA SENZA LO SCHIZZO DI UN LUCIDO DISEGNO
Un quadretto semi abbozzato alle spalle di una rattrappita insegnante di matematica in uno studio impregnato di strozzature campagnole, dove avvenivano pesanti lezioni private rimbrottanti nel lessico e nelle ottuse sfumature linguistiche balenate da improbabili acquisizioni grammaticali, smidollate con ironia da un allievo alquanto ardito, che le sbatterà in faccia un sonoro quanto affermativo: BASTA! Che intenderà bene replicare in sede d’esame coni suoi esaminatori. Si sveglia, era solo un incubo, frequente ma solo un incubo, da quando aveva chiesto la cattedra a concorso come docente di storia dell’arte.
Enzo Del Gaudio, si ripete più volte prima di apporre un compiaciuto * sul display del cordless con cui rintraccia l’anziana nursery di Matteo, e continua poi con un sonoro monotono stavolta a concentrare nello spazio chiuso delle sue arcate sopraccigliari un acceso luccichio, penetrante dalla finestra, che diceva maggiormente di più su quel volto di quanto ne avrebbe espresso a parole.
Quel fascio di luce pareva sfumare i tentativi abbozzati di un primo risveglio tra boccate semivuote di sbadigli e borbottii intermittenti, che venivano orami di buon ora un po’ da tutta la casa.
Il turco (per la frequente astrazione filosofica, nel condonare tutto con sollecitudine ai passi svelti del tempo, alla scuola eraclitea, a dispetto delle sue incostanti affermazioni) girava nella stanza con la vecchia biancheria da notte, cercando nell’attesa di racimolare certuni fogli, inclusi nei plichi posati sul giornale fedelmente di sinistra, che pure gli riusciva sempre di contestare e forse anche per questo veniva bonariamente eclissato con quest’epiteto.
Quando, con approssimazione, ora fuorviava, ora esaltava delle analisi di evidenti capolavori d’autore, solo per smorzare i toni dell’asta che ora dirigeva, ora presiedeva a seconda che più gli andasse a merito, sentiva solo le sue ragioni, da vero turco, quanto meno riconosciuto.
Teresa, la vecchia donna ormai tuttofare, era lì audace ad affrontarlo di buon mattino, quando si iniziava a comporre la giornata ancor prima di quei suoi pensieri che avevano al solito mille progetti ed un’unica impresa.
Dalla camera adiacente il soppalco, che con i suoi finestroni tagliava il diametro circolare della libreria di ciliegio, laccata col lucido ad asciugatura a fuoco, dopo aver riempito le antiche falle fagocitate dalle tarme un ragazzino tutto nervo e ben piantato, sfila dall’enciclopedia omnia del sapere, un testo appuntato ai margini, con gli itinerari di alcune capitali europee. Gli dà una rapida sbirciatina e, manco a farlo apposta, mastica un leggero sorriso di libertà, quando gli occhi cascano sulla capitale delle migliori notti brave d’Europa.
Matteo: pà, ha chiamato ora, è a Londra, dice che sarà alla London Gallery con alcuni amici per la tua mostra e m’ha detto anche che se ti va puoi raggiungerla al Trafalgar per il giro di rito.
Del Gaudio: ma come no, ci dice o ci crede pure di essere un elemento cardine per i p.r. della squadra sopralluoghi.
Matteo: non sarai un po’ geloso, magari tolleri poco le presenze di taluni colleghi, che rivestono lì i panni di aitanti architetti soggiogati dal fascino inquietante di edifici prossimi a crollare, ancor più se a dar loro le direttive sia una donna dal dominio oltremodo notevole.
Del Gaudio: sì, già li vedo… intellighenzia consumata dietro preventivi e plastici, altro che barlumi di geni! Riproduzioni precise degli stessi piani di studio approvati nei progetti accademici vent’anni prima, che puntualmente finiscono col certificati d’adozione degli stessi membri interni, convalidati così sempre delle stesse sigle.
Matteo: e tu a rimanere così a guardarli estasiati, simulando affettazione o rabbonito dissimulando sconcerto… dai, che ti costa, male che vada recuperi qualche buon acquisto per mami, sì, in fondo per cos’altro potrebbe invitarti… e poi, poi potresti mettere qualche buona parola per il tuo primogenito e il suo hinterland d’inverno nel nord Europa, anziché rompere con l’architettura e la carriera in ascesa, magari Le Corbusier… di prima spremuta. [...]
Marilena Certo
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