<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
		>
<channel>
	<title>Comments for LiberoPost - LibertàEdizioni editore discount / discount publisher</title>
	<atom:link href="http://libertaedizioni.net/blog/index.php/comments/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://libertaedizioni.net/blog</link>
	<description>spazio libero di LibertàEdizioni editore discount / discount publisher</description>
	<lastBuildDate>Fri, 23 Jul 2010 11:34:36 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.6</generator>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<item>
		<title>Comment on ASMAE DACHAN FINALISTA AL PREMIO PENNA D&#8217;AUTORE &#8211; PREMIAZIONE IN CONCOMITANZA CON LA FIERA DEL LIBRO DI TORINO by huda</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/2010/05/19/asmae-dachan-finalista-al-premio-penna-dautore-premiazione-in-concomitanza-con-la-fiera-del-libro-di-torino/comment-page-1/#comment-276</link>
		<dc:creator>huda</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 11:34:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?p=852#comment-276</guid>
		<description>salve sono io la dachan che cerca di cosa ha bisogno?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>salve sono io la dachan che cerca di cosa ha bisogno?</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on ASMAE DACHAN FINALISTA AL PREMIO PENNA D&#8217;AUTORE &#8211; PREMIAZIONE IN CONCOMITANZA CON LA FIERA DEL LIBRO DI TORINO by CLAUDIO</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/2010/05/19/asmae-dachan-finalista-al-premio-penna-dautore-premiazione-in-concomitanza-con-la-fiera-del-libro-di-torino/comment-page-1/#comment-275</link>
		<dc:creator>CLAUDIO</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 19:27:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?p=852#comment-275</guid>
		<description>Avrei bisogno di mettermi in contatto con la dott.ssa DACHAN assistente sociale per il comune di Castelbellino. Non so se si Lei o una delle sue sorelle. Il mio numero 3771602522 Cordialmente</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Avrei bisogno di mettermi in contatto con la dott.ssa DACHAN assistente sociale per il comune di Castelbellino. Non so se si Lei o una delle sue sorelle. Il mio numero 3771602522 Cordialmente</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Nicola Matteucci</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-269</link>
		<dc:creator>Nicola Matteucci</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 10:26:54 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-269</guid>
		<description>LA VACCA DEL CONTADINO

Era un mattino ai primi del secolo, e c’era tanta fame
un contadino stava lavorando, come solito era fare
all’alba la massaia sul letto in fin di vita, ma nessuno la guardò,
da sotto il bifolco urlò: - È morto un capo del bestiame!

Una vacca per ogni famiglia, era parte di quel mestiere,
un capo da latte che sfamava l’intero meridione.
Una madre stava morendo, tutti indifferenti alla sua agonia,
tutti stavano piangendo l’unica vacca della fattoria!

Il Capoccia stava urlando dalla rabbia, senza denti e senza soldi,
un figlio fuggito per far fortuna, la sua voce tra i ricordi.
Le zie zitelle da mantenere, poca legna per il focolare,
un prete grasso dice - Non temere, un dio ti verrà ad aiutare!

Cinque figli, “forza lavoro” che valgon più dell’oro,
un vecchio casolare in pietra, vino aspro e ‘l bicchiere vuoto
in notte fonda solo al tavolo disperato, non sa come andare avanti,
senza vacca e senza cibo, per sfamare impresa e fanti…

Ed al mattin di venerdì…

Poi il buffone del paese cantò insieme al gallo, si alzava un ferroviere,
il sole da viola diventava giallo, e nessuno riempiva il paniere:
Che fine avrà fatto tua moglie, nessuno lavora il pane, i fiori dell’orto
stanno appassendo, l’avete lasciata morire sola come un cane

in un maledetto giorno d’aprile…

Una donna maltrattata e ingrassata per tutta la vita,
ignorato quello che provava finché non la vide finita.
Ma c’era da sopravvivere, lasciarsi al cuore andar significava morte certa,
l’inverno era ancora lungo, non lasciarsi andar significava una morte acerba!

Sotterrata con la maggese, tra l’odore dei limoni e altri agrumi,
il prete affollava il cielo, spargendo i suoi sacri fumi,
le sorelle acide leggevano il testamento, ridevan  nello sgomento
di quel mattino, di un vecchio paese siciliano…

Lui le prese e le riscaldò invano, quella sua fredda mano,
gli occhi di un solido e celeste cristallo, sembravano ignorare il mondo.
Ci sarà una carestia, un altro figlio vuole scappare per cercare americhe
e il secolo si evolve, un contadino aveva toccato il fondo!

Intanto i contadini posavano falci, trebbie e sacche,
prendevano martelli, stantuffi e macchinari da industria,
avevano bisogno di soldi per comprare nuove vacche,
migliaia di operai, a costo di farsi toccare con la frusta!

I figli videro un mattino di domenica dopo la messa,
il padre inginocchiato al vespro, poi correre di fretta,
si allontanava all’orizzonte, per cercar fortuna lontano,
sudava la sua fronte, salutò con una tremante mano
quel vecchio paesino siciliano. 

Nicola Matteucci</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>LA VACCA DEL CONTADINO</p>
<p>Era un mattino ai primi del secolo, e c’era tanta fame<br />
un contadino stava lavorando, come solito era fare<br />
all’alba la massaia sul letto in fin di vita, ma nessuno la guardò,<br />
da sotto il bifolco urlò: &#8211; È morto un capo del bestiame!</p>
<p>Una vacca per ogni famiglia, era parte di quel mestiere,<br />
un capo da latte che sfamava l’intero meridione.<br />
Una madre stava morendo, tutti indifferenti alla sua agonia,<br />
tutti stavano piangendo l’unica vacca della fattoria!</p>
<p>Il Capoccia stava urlando dalla rabbia, senza denti e senza soldi,<br />
un figlio fuggito per far fortuna, la sua voce tra i ricordi.<br />
Le zie zitelle da mantenere, poca legna per il focolare,<br />
un prete grasso dice &#8211; Non temere, un dio ti verrà ad aiutare!</p>
<p>Cinque figli, “forza lavoro” che valgon più dell’oro,<br />
un vecchio casolare in pietra, vino aspro e ‘l bicchiere vuoto<br />
in notte fonda solo al tavolo disperato, non sa come andare avanti,<br />
senza vacca e senza cibo, per sfamare impresa e fanti…</p>
<p>Ed al mattin di venerdì…</p>
<p>Poi il buffone del paese cantò insieme al gallo, si alzava un ferroviere,<br />
il sole da viola diventava giallo, e nessuno riempiva il paniere:<br />
Che fine avrà fatto tua moglie, nessuno lavora il pane, i fiori dell’orto<br />
stanno appassendo, l’avete lasciata morire sola come un cane</p>
<p>in un maledetto giorno d’aprile…</p>
<p>Una donna maltrattata e ingrassata per tutta la vita,<br />
ignorato quello che provava finché non la vide finita.<br />
Ma c’era da sopravvivere, lasciarsi al cuore andar significava morte certa,<br />
l’inverno era ancora lungo, non lasciarsi andar significava una morte acerba!</p>
<p>Sotterrata con la maggese, tra l’odore dei limoni e altri agrumi,<br />
il prete affollava il cielo, spargendo i suoi sacri fumi,<br />
le sorelle acide leggevano il testamento, ridevan  nello sgomento<br />
di quel mattino, di un vecchio paese siciliano…</p>
<p>Lui le prese e le riscaldò invano, quella sua fredda mano,<br />
gli occhi di un solido e celeste cristallo, sembravano ignorare il mondo.<br />
Ci sarà una carestia, un altro figlio vuole scappare per cercare americhe<br />
e il secolo si evolve, un contadino aveva toccato il fondo!</p>
<p>Intanto i contadini posavano falci, trebbie e sacche,<br />
prendevano martelli, stantuffi e macchinari da industria,<br />
avevano bisogno di soldi per comprare nuove vacche,<br />
migliaia di operai, a costo di farsi toccare con la frusta!</p>
<p>I figli videro un mattino di domenica dopo la messa,<br />
il padre inginocchiato al vespro, poi correre di fretta,<br />
si allontanava all’orizzonte, per cercar fortuna lontano,<br />
sudava la sua fronte, salutò con una tremante mano<br />
quel vecchio paesino siciliano. </p>
<p>Nicola Matteucci</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Nicola Matteucci</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-257</link>
		<dc:creator>Nicola Matteucci</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 16:17:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-257</guid>
		<description>IL BELLANDI



Affrontatemi sul muso, cattivi recensori
finti critici e pagati, dal mio cerchio siete fuori…
Ed io che mi avveleno perché non sono sordo
le vostre inutili parole non perdono, i vostri volti non mi scordo.

Una carriera da fallito, sorretta solo da vecchi sogni
lasciatemi solo questo grido, e ignoro i vostri ghigni.
Siete solo pappagalli che giudicano leoni, mangia carogne
come iene, e poi sembrate tutti buoni…

Me ne strafotto del buonsenso, pensate pure quel che volete,
le mie son parole da battona, frasi fatte di un vecchio prete.
Affrontatemi ignobili signori, forse non ci crederete
ma io solo ho la chiave delle mie parole, e certo voi non le capirete!

Datemi del codardo, uomo assurdo e senza senso, cazzone,
uomo misero, intelligente, stupido, ignorante, infante,
cretino, falso portatore di ideali, di finti onori, ma io solo sono uomo
perché le vostre scemenze infondate incasso, poi troppo buono e buffone!

E vi chiedo scusa se a volte mi sbilancio, ma tanto non guardate a fondo,
non son io certo il centro di questo mondo, la notte scrivo perché solo
e poi vi vado in culo, mangio! E quando vi vedo mi masturbo, tanto 
per non guardarvi in faccia più e spiccare uno sporco volo…

Non chiederò mai scusa perché vivo,
assaporando nella noia quel che penso e scrivo,
se verrete vi saprò affrontare e prenderò le giuste botte
ma almeno a “sua Maestà” so tutto idee potrò in faccia sputare…

Bellandi, figli di puttana vari e da seduti critici severi
voi certo non capirete questo bel mondo, dai miei segreti state fuori!
Invidiosi dei miei sogni, sposando poi delle luride mignotte
io che scrivo e poi ci penso e non è vera finzione, la mia voce nella notte.

Aspetto la prima pagina, sul web o sul giornale,
di sentir dire che sono strano, al livello di un animale,
che ciò che scrivo non capisco, che sono un folle visionario,
che passo notti intere a studiare il dizionario.

Ma a casa mia vi voglio invitare, avvoltoi sublimi vi farò vedere,
vi vorrò spiegare, che in fondo le vostre vite son peggio della mia.
Bellandi e amici cari, a farvi i complimenti ci vuole fantasia!

Me lo dicevan genitori e amici, questo mondo è fatto per un giocoliere,
che andrò incontro a dieci, cento e millanta critiche severe…
Non me ne frega un cazzo, son fiero di questa razza
i cui giochi voi distruggete, ma io non perderò la faccia!

Nicola Matteucci</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>IL BELLANDI</p>
<p>Affrontatemi sul muso, cattivi recensori<br />
finti critici e pagati, dal mio cerchio siete fuori…<br />
Ed io che mi avveleno perché non sono sordo<br />
le vostre inutili parole non perdono, i vostri volti non mi scordo.</p>
<p>Una carriera da fallito, sorretta solo da vecchi sogni<br />
lasciatemi solo questo grido, e ignoro i vostri ghigni.<br />
Siete solo pappagalli che giudicano leoni, mangia carogne<br />
come iene, e poi sembrate tutti buoni…</p>
<p>Me ne strafotto del buonsenso, pensate pure quel che volete,<br />
le mie son parole da battona, frasi fatte di un vecchio prete.<br />
Affrontatemi ignobili signori, forse non ci crederete<br />
ma io solo ho la chiave delle mie parole, e certo voi non le capirete!</p>
<p>Datemi del codardo, uomo assurdo e senza senso, cazzone,<br />
uomo misero, intelligente, stupido, ignorante, infante,<br />
cretino, falso portatore di ideali, di finti onori, ma io solo sono uomo<br />
perché le vostre scemenze infondate incasso, poi troppo buono e buffone!</p>
<p>E vi chiedo scusa se a volte mi sbilancio, ma tanto non guardate a fondo,<br />
non son io certo il centro di questo mondo, la notte scrivo perché solo<br />
e poi vi vado in culo, mangio! E quando vi vedo mi masturbo, tanto<br />
per non guardarvi in faccia più e spiccare uno sporco volo…</p>
<p>Non chiederò mai scusa perché vivo,<br />
assaporando nella noia quel che penso e scrivo,<br />
se verrete vi saprò affrontare e prenderò le giuste botte<br />
ma almeno a “sua Maestà” so tutto idee potrò in faccia sputare…</p>
<p>Bellandi, figli di puttana vari e da seduti critici severi<br />
voi certo non capirete questo bel mondo, dai miei segreti state fuori!<br />
Invidiosi dei miei sogni, sposando poi delle luride mignotte<br />
io che scrivo e poi ci penso e non è vera finzione, la mia voce nella notte.</p>
<p>Aspetto la prima pagina, sul web o sul giornale,<br />
di sentir dire che sono strano, al livello di un animale,<br />
che ciò che scrivo non capisco, che sono un folle visionario,<br />
che passo notti intere a studiare il dizionario.</p>
<p>Ma a casa mia vi voglio invitare, avvoltoi sublimi vi farò vedere,<br />
vi vorrò spiegare, che in fondo le vostre vite son peggio della mia.<br />
Bellandi e amici cari, a farvi i complimenti ci vuole fantasia!</p>
<p>Me lo dicevan genitori e amici, questo mondo è fatto per un giocoliere,<br />
che andrò incontro a dieci, cento e millanta critiche severe…<br />
Non me ne frega un cazzo, son fiero di questa razza<br />
i cui giochi voi distruggete, ma io non perderò la faccia!</p>
<p>Nicola Matteucci</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Brunella</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-58</link>
		<dc:creator>Brunella</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 11:39:19 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-58</guid>
		<description>Davvero interessante! Mi iace molto il capovolgimento della situazione verso la fine del racconto. Per la serie &quot;Non tutto è come sembra&quot;</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Davvero interessante! Mi iace molto il capovolgimento della situazione verso la fine del racconto. Per la serie &#8220;Non tutto è come sembra&#8221;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Felice Vino</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-57</link>
		<dc:creator>Felice Vino</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 18:28:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-57</guid>
		<description>VITA NEI BOSCHI

-In questi boschi è scomparsa molta gente.
Dal fuoco saltò una scintilla, un colpo di teatro imprevisto che fece sobbalzare alcuni dei più giovani, che pure non erano abituati all&#039;atmosfera di misterioso terrore che aleggia nei boschi di notte. Giorgio, Fratello Orso, si compiacque. Prese un asticella e ravvivò la fiamma. La pausa era studiata, in altri casi eccessiva, ma dato il consesso di piccoli uditori non mancò d&#039;effetto. 
- Nel silenzio della notte, quando si sente nessun rumore e nemmeno un animale del bosco fa sentire il suo verso, si dice si possano sentire le loro voci.
Un&#039;altra pausa, prolungata, silenzio assoluto, non un gufo, non un cane, immobili le foglie, l&#039;aria ferma dell&#039;estate. 
Come da accordi, a quel punto, raggiunto il climax, alle spalle dei ragazzini dovevano sentirsi i bisbigli di  Clara e, una volta catturata l&#039;attenzione dei ragazzini, avrebbe dovuto sbucare all&#039;improvviso dal dietro un cespuglio producendosi in versi innaturali.  Quello che accadde fu invece che la ragazza si avvicinò provocando più rumore del previsto, anche in quel caso qualcuno sussultò, ma l&#039;effetto terrore era andato a farsi benedire. 
L&#039;Orso era alquanto risentito e la guardò stizzito, si rese conto della sua espressione e del colore pallido del viso solo quando alle spalle di lei apparve una prima figura, poi una seconda. Stava per mettersi in piedi quando sentì uno dei due rivolgergli qualche frase con accento straniero.
- Caalmo fratelo, caalmo.
Stringeva un oggetto nella mano che teneva bassa ma abbastanza vicino al corpo di Clara per rendere palese la minaccia che si nascondeva dietro il tono rassicurante. Qualcosa che mandava un debole riflesso della luce rossastra del falò. Era un coltello dalla lama a stiletto lucida ed affilata.
- No siamo morti, amici, non avete paura.
L&#039;invito fu accolto in maniera opposta, dai due lati spuntarono altre due figure, armate l’una di un&#039;ascia e l&#039;altra di una lunga mazza di legno lucido. Erano tutti magri, qualcuno con il naso schiacciato, la pelle abbronzata. 
Per come la vedeva il gruppo di boyscout, nonostante le idee razziali fossero bandite dal loro catechismo, doveva trattarsi di una banda di nomadi rom provenienti da uno dei campi abusivi che erano sorti qua è là a valle, lungo il corso del fiume. 
Quello che aveva parlato, forse il capo, sospinse Clara verso il resto del gruppo accompagnandola con una mano sul sedere. Clara sobbalzo a quel tocco. Il ragazzo sorrise, quindi parlò ancora. 
- Quello che accade ora è semplice e, se nessuno fa problema, tutto finisce bene. Prendete sacca e riempite con cibo, poi altra sacca e mettete lettori mp3, telefonini, orologio, tutto, e pure soldi, se avete, ma non fate cercare noi, per piacere.
- Vi daremo tutto quello che volete.
- Bravo signore, bravo, ora mettete femmine da un lato, maschi da altro.
Il gruppo di boyscout, avvezzo alla disciplina, si dispose in due semicerchi per restare vicini al fuoco e alla luce. Gli invasori erano solo quattro, nemmeno maggiorenni, ma il modo di fare, la sicurezza nello sguardo, facevano suonare ogni ordine come perentorio e minaccioso. I ragazzi erano poco più di una ventina, della stessa età degli intrusi, forse otto, ma pur essendo il doppio erano impreparati, disarmati, e poi c’erano le ragazze. 
Fecero quello che ordinava la banda. A due dei più piccoli chiesero di prendere una sacca a testa e di passare in rassegna i loro amici. Sarah, una ragazzina di quattordici anni dai lunghi capelli biondi raccolti in una treccia tenuta insieme da un vistoso fermacapelli di metallo, tentò di nascondere un anello facendolo scivolare a terra, ma gli stranieri erano buoni osservatori e uno di loro, il più alto, le si avvicinò fissandola. Lei ricambiò lo sguardo.
- Alza piede.
Sarah non obbedì. Lui si chinò reggendosi alla mazza lucida e tozza che aveva nell&#039;altra mano. Le prese la caviglia e sollevò con facilità lo scarponcino sotto il quale la ragazzina nascondeva l&#039;anello. Sembra qualcosa di valore affettivo più che reale. Il ragazzo posò la mazza e stava per prenderlo con la mano libera, quando la ragazza si liberò dalla stretta alla caviglia e pestò con il piede. Il ragazzo sembrò non farci caso, ma mentre lei lo guardava con rabbia lui la osservava con freddezza, quindi sollevò la mano in un unico gesto di forza e le fece perdere l&#039;equilibrio fino a farla cadere.
- Puttana - le sussurrò. 
Il resto dei ragazzi era atterrito, gli intrusi ridevano di gusto e motteggiavano il loro amico nella loro lingua. Sarah era dolorante a terra massaggiandosi un fianco. Il suo aggressore recuperò la mazza, la tirò per la treccia e la trascinò nella prima tenda libera. 
- Cosa vuole farle? - Giorgio scattò in avanti, ma lo straniero gli assestò un potente colpo di mazza allo stomaco. Fratello Orso si piegò in due e cadde a terra boccheggiando. I ragazzi erano silenziosi, gli intrusi anche, ma in entrambi, stranamente, vi era un modo simile di essere minacciosi. 
Il capo si avvicinò a Giorgio.
- Dimenticate nostre facce, perché non ci vedrete più, ma non dimenticate che stanotte possiamo fare tutto! Tutto! E se ne fate prendere uno, altri verranno a cercarvi. 
I bambini ripresero la raccolta, dalla tenda si sentivano  lamenti strozzati e sospiri di piacere tanto confusi tra di loro da sembrare identici. I più giovani degli scout tremavano. Clara era a terra, seduta vicino alla sacca degli attrezzi, abbattuta. Giorgio si massaggiava la pancia e riprendeva il colore naturale. 
C&#039;era silenzio. A un tratto dalla tenda si udì l&#039;urlo straziato del ragazzo. I tre che erano fuori si allarmarono, il primo a muoversi fu quello più lontano, mentre il capo teneva un occhio sul gruppo e uno alla tenda. Si udì un suono secco e cupo. Quello che si era mosso cadde a terra, il rumore metallico della lama dell&#039;accetta. Da un alto cespuglio spuntò una figura armata di fionda. Cadendo l&#039;intruso mostrò il viso devastato dal colpo che l&#039;aveva centrato all&#039;altezza del setto nasale, che ora era aperto in due e spruzzava sangue. L&#039;attimo di sorpresa fu sufficiente perché Clara prendesse un attrezzo da montaggio abbastanza appuntito e lo piantasse nella coscia del capo, ripetutamente, fino a farlo cadere. A quel segnale una gragnola di pietre colpì l&#039;ultimo degli invasori che barcollando si diresse verso il lato salvo del bosco, brandendo la mazza come a cercare di respingere ancora le pietre che avevano finito di piovergli intorno. 
Quando uscì dalla radura per infilarsi tra gli alberi un gruppo di esploratori in calzoncini corti lo seguì, chi armato di fionda, chi di balestra. 
Giorgio si rivolse al gruppo di inseguitori in modo generico:
- Non perdete tempo a divertirvi, riportatelo qui.
Intanto Clara ed altri tre ragazzi tenevano il capo degli invasori schiacciato terra. 
- Tranquillo - diceva - non andrà lontano, in un modo o nell&#039;altro lo prenderanno. Ma pensiamo a te, ora! È una lunga notte questa, una lunga, lunga notte.
Giorgio si diresse verso la tenda, abbassando la zip già si sentiva l&#039;odore del sangue. Riverso su un lato stava il corpo del rom, con un fermacapelli di metallo dalla strana foggia appuntita piantato in un occhio. 
La ragazzina si stava rivestendo. 
- Li avete presi tutti? 
- L&#039;ultimo sta facendo divertire gli esploratori.
La ragazzina sembrò annuire. Giorgio le si avvicinò con cautela. 
- Fantastica l&#039;idea dell&#039;anello, pensavo non ne avresti avuto il coraggio. Clara non ha mai fatto cose del genere, ma sa come trovarli e farsi seguire.
Silenzio, si morde le labbra, poi sussurra la domanda che voleva farle prima ancora di entrare nella tenda.
- Com&#039;è stato? 
- Prima che lo stendessi o dopo? - disse sorridendo della propria battuta. - Se vuoi saperlo … era molto più maschio di te. 
Giorgio era visibilmente eccitato, guardava i capelli scomposti di Sarah, l&#039;odore che emanava, voleva saltarle addosso. 
- Non adesso - intimò la ragazzina, e fece segno verso il corpo del rom. 
Fuori si sentivano le urla strazianti del capo. Giorgio uscì per chiamare qualcuno dei ragazzi per trascinare via il corpo e far scavare una buca dove nasconderlo. Quando raggiunse Clara, il ragazzo non aveva già quasi più dita, mentre lei armeggiava sull&#039;ennesima falange con una lunga cesoia rossa. Giorgio si compiacque dell&#039;efficienza dei suoi ragazzi. 

Felice Vino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>VITA NEI BOSCHI</p>
<p>-In questi boschi è scomparsa molta gente.<br />
Dal fuoco saltò una scintilla, un colpo di teatro imprevisto che fece sobbalzare alcuni dei più giovani, che pure non erano abituati all&#8217;atmosfera di misterioso terrore che aleggia nei boschi di notte. Giorgio, Fratello Orso, si compiacque. Prese un asticella e ravvivò la fiamma. La pausa era studiata, in altri casi eccessiva, ma dato il consesso di piccoli uditori non mancò d&#8217;effetto.<br />
- Nel silenzio della notte, quando si sente nessun rumore e nemmeno un animale del bosco fa sentire il suo verso, si dice si possano sentire le loro voci.<br />
Un&#8217;altra pausa, prolungata, silenzio assoluto, non un gufo, non un cane, immobili le foglie, l&#8217;aria ferma dell&#8217;estate.<br />
Come da accordi, a quel punto, raggiunto il climax, alle spalle dei ragazzini dovevano sentirsi i bisbigli di  Clara e, una volta catturata l&#8217;attenzione dei ragazzini, avrebbe dovuto sbucare all&#8217;improvviso dal dietro un cespuglio producendosi in versi innaturali.  Quello che accadde fu invece che la ragazza si avvicinò provocando più rumore del previsto, anche in quel caso qualcuno sussultò, ma l&#8217;effetto terrore era andato a farsi benedire.<br />
L&#8217;Orso era alquanto risentito e la guardò stizzito, si rese conto della sua espressione e del colore pallido del viso solo quando alle spalle di lei apparve una prima figura, poi una seconda. Stava per mettersi in piedi quando sentì uno dei due rivolgergli qualche frase con accento straniero.<br />
- Caalmo fratelo, caalmo.<br />
Stringeva un oggetto nella mano che teneva bassa ma abbastanza vicino al corpo di Clara per rendere palese la minaccia che si nascondeva dietro il tono rassicurante. Qualcosa che mandava un debole riflesso della luce rossastra del falò. Era un coltello dalla lama a stiletto lucida ed affilata.<br />
- No siamo morti, amici, non avete paura.<br />
L&#8217;invito fu accolto in maniera opposta, dai due lati spuntarono altre due figure, armate l’una di un&#8217;ascia e l&#8217;altra di una lunga mazza di legno lucido. Erano tutti magri, qualcuno con il naso schiacciato, la pelle abbronzata.<br />
Per come la vedeva il gruppo di boyscout, nonostante le idee razziali fossero bandite dal loro catechismo, doveva trattarsi di una banda di nomadi rom provenienti da uno dei campi abusivi che erano sorti qua è là a valle, lungo il corso del fiume.<br />
Quello che aveva parlato, forse il capo, sospinse Clara verso il resto del gruppo accompagnandola con una mano sul sedere. Clara sobbalzo a quel tocco. Il ragazzo sorrise, quindi parlò ancora.<br />
- Quello che accade ora è semplice e, se nessuno fa problema, tutto finisce bene. Prendete sacca e riempite con cibo, poi altra sacca e mettete lettori mp3, telefonini, orologio, tutto, e pure soldi, se avete, ma non fate cercare noi, per piacere.<br />
- Vi daremo tutto quello che volete.<br />
- Bravo signore, bravo, ora mettete femmine da un lato, maschi da altro.<br />
Il gruppo di boyscout, avvezzo alla disciplina, si dispose in due semicerchi per restare vicini al fuoco e alla luce. Gli invasori erano solo quattro, nemmeno maggiorenni, ma il modo di fare, la sicurezza nello sguardo, facevano suonare ogni ordine come perentorio e minaccioso. I ragazzi erano poco più di una ventina, della stessa età degli intrusi, forse otto, ma pur essendo il doppio erano impreparati, disarmati, e poi c’erano le ragazze.<br />
Fecero quello che ordinava la banda. A due dei più piccoli chiesero di prendere una sacca a testa e di passare in rassegna i loro amici. Sarah, una ragazzina di quattordici anni dai lunghi capelli biondi raccolti in una treccia tenuta insieme da un vistoso fermacapelli di metallo, tentò di nascondere un anello facendolo scivolare a terra, ma gli stranieri erano buoni osservatori e uno di loro, il più alto, le si avvicinò fissandola. Lei ricambiò lo sguardo.<br />
- Alza piede.<br />
Sarah non obbedì. Lui si chinò reggendosi alla mazza lucida e tozza che aveva nell&#8217;altra mano. Le prese la caviglia e sollevò con facilità lo scarponcino sotto il quale la ragazzina nascondeva l&#8217;anello. Sembra qualcosa di valore affettivo più che reale. Il ragazzo posò la mazza e stava per prenderlo con la mano libera, quando la ragazza si liberò dalla stretta alla caviglia e pestò con il piede. Il ragazzo sembrò non farci caso, ma mentre lei lo guardava con rabbia lui la osservava con freddezza, quindi sollevò la mano in un unico gesto di forza e le fece perdere l&#8217;equilibrio fino a farla cadere.<br />
- Puttana &#8211; le sussurrò.<br />
Il resto dei ragazzi era atterrito, gli intrusi ridevano di gusto e motteggiavano il loro amico nella loro lingua. Sarah era dolorante a terra massaggiandosi un fianco. Il suo aggressore recuperò la mazza, la tirò per la treccia e la trascinò nella prima tenda libera.<br />
- Cosa vuole farle? &#8211; Giorgio scattò in avanti, ma lo straniero gli assestò un potente colpo di mazza allo stomaco. Fratello Orso si piegò in due e cadde a terra boccheggiando. I ragazzi erano silenziosi, gli intrusi anche, ma in entrambi, stranamente, vi era un modo simile di essere minacciosi.<br />
Il capo si avvicinò a Giorgio.<br />
- Dimenticate nostre facce, perché non ci vedrete più, ma non dimenticate che stanotte possiamo fare tutto! Tutto! E se ne fate prendere uno, altri verranno a cercarvi.<br />
I bambini ripresero la raccolta, dalla tenda si sentivano  lamenti strozzati e sospiri di piacere tanto confusi tra di loro da sembrare identici. I più giovani degli scout tremavano. Clara era a terra, seduta vicino alla sacca degli attrezzi, abbattuta. Giorgio si massaggiava la pancia e riprendeva il colore naturale.<br />
C&#8217;era silenzio. A un tratto dalla tenda si udì l&#8217;urlo straziato del ragazzo. I tre che erano fuori si allarmarono, il primo a muoversi fu quello più lontano, mentre il capo teneva un occhio sul gruppo e uno alla tenda. Si udì un suono secco e cupo. Quello che si era mosso cadde a terra, il rumore metallico della lama dell&#8217;accetta. Da un alto cespuglio spuntò una figura armata di fionda. Cadendo l&#8217;intruso mostrò il viso devastato dal colpo che l&#8217;aveva centrato all&#8217;altezza del setto nasale, che ora era aperto in due e spruzzava sangue. L&#8217;attimo di sorpresa fu sufficiente perché Clara prendesse un attrezzo da montaggio abbastanza appuntito e lo piantasse nella coscia del capo, ripetutamente, fino a farlo cadere. A quel segnale una gragnola di pietre colpì l&#8217;ultimo degli invasori che barcollando si diresse verso il lato salvo del bosco, brandendo la mazza come a cercare di respingere ancora le pietre che avevano finito di piovergli intorno.<br />
Quando uscì dalla radura per infilarsi tra gli alberi un gruppo di esploratori in calzoncini corti lo seguì, chi armato di fionda, chi di balestra.<br />
Giorgio si rivolse al gruppo di inseguitori in modo generico:<br />
- Non perdete tempo a divertirvi, riportatelo qui.<br />
Intanto Clara ed altri tre ragazzi tenevano il capo degli invasori schiacciato terra.<br />
- Tranquillo &#8211; diceva &#8211; non andrà lontano, in un modo o nell&#8217;altro lo prenderanno. Ma pensiamo a te, ora! È una lunga notte questa, una lunga, lunga notte.<br />
Giorgio si diresse verso la tenda, abbassando la zip già si sentiva l&#8217;odore del sangue. Riverso su un lato stava il corpo del rom, con un fermacapelli di metallo dalla strana foggia appuntita piantato in un occhio.<br />
La ragazzina si stava rivestendo.<br />
- Li avete presi tutti?<br />
- L&#8217;ultimo sta facendo divertire gli esploratori.<br />
La ragazzina sembrò annuire. Giorgio le si avvicinò con cautela.<br />
- Fantastica l&#8217;idea dell&#8217;anello, pensavo non ne avresti avuto il coraggio. Clara non ha mai fatto cose del genere, ma sa come trovarli e farsi seguire.<br />
Silenzio, si morde le labbra, poi sussurra la domanda che voleva farle prima ancora di entrare nella tenda.<br />
- Com&#8217;è stato?<br />
- Prima che lo stendessi o dopo? &#8211; disse sorridendo della propria battuta. &#8211; Se vuoi saperlo … era molto più maschio di te.<br />
Giorgio era visibilmente eccitato, guardava i capelli scomposti di Sarah, l&#8217;odore che emanava, voleva saltarle addosso.<br />
- Non adesso &#8211; intimò la ragazzina, e fece segno verso il corpo del rom.<br />
Fuori si sentivano le urla strazianti del capo. Giorgio uscì per chiamare qualcuno dei ragazzi per trascinare via il corpo e far scavare una buca dove nasconderlo. Quando raggiunse Clara, il ragazzo non aveva già quasi più dita, mentre lei armeggiava sull&#8217;ennesima falange con una lunga cesoia rossa. Giorgio si compiacque dell&#8217;efficienza dei suoi ragazzi. </p>
<p>Felice Vino</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Marco Alberico</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-55</link>
		<dc:creator>Marco Alberico</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 17:03:58 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-55</guid>
		<description>NOI OSSERVIAMO

Laceri stinti vessilli                    
Nude di petali, smunte corolle
memori della gloria finita
che cento vite son passate
sopra i nostri vent’anni.
Spossati sopraffatti volti
avvolti nel bianco fumo che sale dai campi,
sterili devastati testimoni
di quest’inutile pazzia
quali orrendi semi han visto germogliare,
anch’essi arresi ormai.
Nell’ineludibile  geometria di precise distese
di bianche steli
si bagnano di lacrime le tue parole,
Padre lontano
corsi via sono i decenni
E l’uomo giusto, l’uomo nuovo ha eretto argini
al dilagare della nostra natura
dimenticando del Sinai la pietra scolpita
E il mondo applaudì
E il mondo fu d’accordo
Oh Universali Umani Diritti
Granitiche colonne
vi ho visto ridotti in polvere,
nella sabbia dei campi, ai confini Afghani
ho visto i tuoi figli madre,brulicare nei reticolati
senza null’altro del vacuo sguardo vuoto
Ho visto i tuoi figli ancora,
figli bambini, tagliati da machete assassini
E noi incolumi elargitori al riparo nel Palazzo di Vetro
Osserviamo, osserviamo, osserviamo …

Marco Alberico</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>NOI OSSERVIAMO</p>
<p>Laceri stinti vessilli<br />
Nude di petali, smunte corolle<br />
memori della gloria finita<br />
che cento vite son passate<br />
sopra i nostri vent’anni.<br />
Spossati sopraffatti volti<br />
avvolti nel bianco fumo che sale dai campi,<br />
sterili devastati testimoni<br />
di quest’inutile pazzia<br />
quali orrendi semi han visto germogliare,<br />
anch’essi arresi ormai.<br />
Nell’ineludibile  geometria di precise distese<br />
di bianche steli<br />
si bagnano di lacrime le tue parole,<br />
Padre lontano<br />
corsi via sono i decenni<br />
E l’uomo giusto, l’uomo nuovo ha eretto argini<br />
al dilagare della nostra natura<br />
dimenticando del Sinai la pietra scolpita<br />
E il mondo applaudì<br />
E il mondo fu d’accordo<br />
Oh Universali Umani Diritti<br />
Granitiche colonne<br />
vi ho visto ridotti in polvere,<br />
nella sabbia dei campi, ai confini Afghani<br />
ho visto i tuoi figli madre,brulicare nei reticolati<br />
senza null’altro del vacuo sguardo vuoto<br />
Ho visto i tuoi figli ancora,<br />
figli bambini, tagliati da machete assassini<br />
E noi incolumi elargitori al riparo nel Palazzo di Vetro<br />
Osserviamo, osserviamo, osserviamo …</p>
<p>Marco Alberico</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Francesco Boscarino</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-37</link>
		<dc:creator>Francesco Boscarino</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 14:14:42 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-37</guid>
		<description>BOCCE

Io, mia mamma e mio papà siamo seduti in cucina.
Piccola. Con noi tre seduti resta solo il passaggio per il cesso. Si gira intorno al tavolo e c’è una porta con il vetro smerigliato. È un poco più grande delle normali porte. Dentro c’è un piccolo lavabo, un water, un piccolo armadietto con l’anta a specchio, due mensole. C’è un bidet di plastica per le donne.
Tutti noi tre guardiamo la gabbietta. Dentro c’è una criceta. Si chiama Topazia.
Il nome è di mia mamma. Bellissima sintesi tra topa e topazio, che poi è il suo colore.
Un momento raro. Mio padre è con noi. Si diverte a guardare Topazia. Ridiamo tutti insieme per come incamera nelle guance grissini, pezzi di frutta, bocconcini di formaggio.
Mio padre ride, mia mamma lo guarda e ride felice, io guardo tutti e due e li vedo sereni, non lo sapevo allora, ma vivo un momento raro.
La mia criceta era riuscita a fermare il peregrinare di mio papà. Lavoro, bar, bocce, tornei, biliardo, bocciofila, bar, lavoro, notti lunghe.
Rientri notturni. A volte con troppo alcool in corpo. Mai un disturbo per me , ma qualche volta un malessere filtrava negli atteggiamenti della mia mamma.
Ma la Topazia riuscì più volte a fermarlo, anche solo per qualche secondo. Lo sentivo fermarsi a guardare sopra la mia spalla. Guardava lei e guardava me. Io non mi giravo, sapevo che sarebbe stata solo una sosta. Aveva cambiato camicia ed era atteso per le bocce, per il biliardo o per le mattane tra carte, locali e donne.
Era bello il mio papà.
Alto, longilineo, con un naturale portamento elegante che ne faceva un signore in qualsiasi ambiente. A dispetto del portafoglio. Educato all’estremo ma risoluto.
Una specie di mito. Gli volevano bene tutti. Quasi.
Indissolubilmente fascista, di quel fascismo sconosciuto oggi, quel fascismo che gli veniva da sua madre. Quel fascismo che aveva dentro tanto socialismo e che oggi nessuno ricorda.
Poi andava. E certo non lo vedevo tornare. E, quasi sempre, io uscivo prima di lui la mattina.
Ma non posso dire che non lo vedessi mai.
Infinite le volte che mi portò con sé alla bocciofila. Prima in Ferrante Aporti, poi a quella di via Archimede.
Ed anche le domeniche in giro per le gare. Quasi sempre con la mamma. Quattro bocce in una sacca. Quattro bocce con le righe doppie lungo i due diametri maggiori tagliate a 90°.
Me le ricordo. Le vedo ancora. Quasi sempre rosse.
E mio papà tirava un “rigolo” da bestia.
“Boccia a punto!” esclamava rivolto all’arbitro.
E tirava un “sottomano” esplosivo, che spediva la boccia avversaria all’angolo e lasciava la sua “a punto”. La gente si spostava quando tirava lui.
E quella notte. Quella notte in un bocciodromo di quelli moderni, grande, nella bassa sotto Lodi o da quelle parti lì. Non posso ricordare.
Un torneo singolare da 256. Raro. Impegnativo anche sotto il profilo fisico.
Mi portò con lui e partimmo prestissimo. Eravamo soli, anche se, di solito, non lo si era mai. Probabilmente non trovò nessuno che lo volesse accompagnare.
Primo turno. 128.
Secondo. 64.
Terzo, quarto. 16.
Non pensava, forse non sperava, di andare tanto avanti. Ormai si era fatta sera.
Adesso le partite erano più tirate. 12 a 10. Cose così.
Smise di bere il paio di bicchieri di vino a partita. Solo gazzosa.
“Chico!”, cosi mi chiamavano da piccolo, “Portami una gazzosa!”
Ed io a correre, al banco, districandomi tra vassoi di uova sode e bianchini:
“Gazzosa! Per il mio papà!” “Campo 4”. O 5, o 2.
Arrivarono gli ottavi. Poi i quarti.
Gli altri tre erano gente del posto, solo lui veniva da fuori.
E puntava ad un premio che valeva due mesi di stipendio. Dei suoi. Quasi quattro per un operaio.
Mi cercava con gli occhi.
Era solo, con un bimbo piccolo, in un ambiente che si faceva sempre meno amichevole. I mugugni del pubblico erano chiarissimi.
“Gazzosa! Chico!”
Finale. Infinita. Ormai erano quasi le due di mattina. Un’ora era andata persa per il reclamo di un locale battuto in semifinale. Bocce irregolari. Analisi delle bocce di papà. Respinta. Grande Italia di una volta.
Io barcollavo, ma non potevo lasciare solo il mio papà.
Lui studiava ogni colpo bevendo gazzosa. Roba mai vista.
Aveva il senso innato dell’impresa eroica. E lo sapeva.
Avrebbe raccontato quella notte a tutti, per sempre, ovunque, in tutte le bocciofile d’Italia. Penso che la racconti anche dov’è ora, dovunque sia.
Dentro il bocciodromo era un grande silenzio.
Solo qualche grido di incitazione nelle pause, ma erano tutti per l’avversario.
Io e lui. Soli. Paura? Mai. Incoscienza? Certo. Sempre.
E vinse. Rischiando. Vinse. Spaccando ogni boccia “a punto” dell’avversario. Uno sterminio.
Si diffuse un gran mormorio. Gli altoparlanti lo chiamarono alla premiazione.
Lui mi prese sotto la spalla, ritirò l’enorme trofeo, sorrise, ritirò la busta con i soldi, sorrise.
Praticamente fuggimmo nella notte verso Milano. L’ultima cosa che ricordo prima di cadere, defunto, nell’oblio dei bimbi, è lo sguardo di mio padre fisso nello specchietto a scrutare la strada dietro di noi. 
Il giorno dopo la scuola mi riprese.
Solo trent’anni dopo, un giorno mi guardò sorridendo e mi chiese:
“…ma ti ricordi quella notte quante gazzose mi hai portato?”

Francesco Boscarino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>BOCCE</p>
<p>Io, mia mamma e mio papà siamo seduti in cucina.<br />
Piccola. Con noi tre seduti resta solo il passaggio per il cesso. Si gira intorno al tavolo e c’è una porta con il vetro smerigliato. È un poco più grande delle normali porte. Dentro c’è un piccolo lavabo, un water, un piccolo armadietto con l’anta a specchio, due mensole. C’è un bidet di plastica per le donne.<br />
Tutti noi tre guardiamo la gabbietta. Dentro c’è una criceta. Si chiama Topazia.<br />
Il nome è di mia mamma. Bellissima sintesi tra topa e topazio, che poi è il suo colore.<br />
Un momento raro. Mio padre è con noi. Si diverte a guardare Topazia. Ridiamo tutti insieme per come incamera nelle guance grissini, pezzi di frutta, bocconcini di formaggio.<br />
Mio padre ride, mia mamma lo guarda e ride felice, io guardo tutti e due e li vedo sereni, non lo sapevo allora, ma vivo un momento raro.<br />
La mia criceta era riuscita a fermare il peregrinare di mio papà. Lavoro, bar, bocce, tornei, biliardo, bocciofila, bar, lavoro, notti lunghe.<br />
Rientri notturni. A volte con troppo alcool in corpo. Mai un disturbo per me , ma qualche volta un malessere filtrava negli atteggiamenti della mia mamma.<br />
Ma la Topazia riuscì più volte a fermarlo, anche solo per qualche secondo. Lo sentivo fermarsi a guardare sopra la mia spalla. Guardava lei e guardava me. Io non mi giravo, sapevo che sarebbe stata solo una sosta. Aveva cambiato camicia ed era atteso per le bocce, per il biliardo o per le mattane tra carte, locali e donne.<br />
Era bello il mio papà.<br />
Alto, longilineo, con un naturale portamento elegante che ne faceva un signore in qualsiasi ambiente. A dispetto del portafoglio. Educato all’estremo ma risoluto.<br />
Una specie di mito. Gli volevano bene tutti. Quasi.<br />
Indissolubilmente fascista, di quel fascismo sconosciuto oggi, quel fascismo che gli veniva da sua madre. Quel fascismo che aveva dentro tanto socialismo e che oggi nessuno ricorda.<br />
Poi andava. E certo non lo vedevo tornare. E, quasi sempre, io uscivo prima di lui la mattina.<br />
Ma non posso dire che non lo vedessi mai.<br />
Infinite le volte che mi portò con sé alla bocciofila. Prima in Ferrante Aporti, poi a quella di via Archimede.<br />
Ed anche le domeniche in giro per le gare. Quasi sempre con la mamma. Quattro bocce in una sacca. Quattro bocce con le righe doppie lungo i due diametri maggiori tagliate a 90°.<br />
Me le ricordo. Le vedo ancora. Quasi sempre rosse.<br />
E mio papà tirava un “rigolo” da bestia.<br />
“Boccia a punto!” esclamava rivolto all’arbitro.<br />
E tirava un “sottomano” esplosivo, che spediva la boccia avversaria all’angolo e lasciava la sua “a punto”. La gente si spostava quando tirava lui.<br />
E quella notte. Quella notte in un bocciodromo di quelli moderni, grande, nella bassa sotto Lodi o da quelle parti lì. Non posso ricordare.<br />
Un torneo singolare da 256. Raro. Impegnativo anche sotto il profilo fisico.<br />
Mi portò con lui e partimmo prestissimo. Eravamo soli, anche se, di solito, non lo si era mai. Probabilmente non trovò nessuno che lo volesse accompagnare.<br />
Primo turno. 128.<br />
Secondo. 64.<br />
Terzo, quarto. 16.<br />
Non pensava, forse non sperava, di andare tanto avanti. Ormai si era fatta sera.<br />
Adesso le partite erano più tirate. 12 a 10. Cose così.<br />
Smise di bere il paio di bicchieri di vino a partita. Solo gazzosa.<br />
“Chico!”, cosi mi chiamavano da piccolo, “Portami una gazzosa!”<br />
Ed io a correre, al banco, districandomi tra vassoi di uova sode e bianchini:<br />
“Gazzosa! Per il mio papà!” “Campo 4”. O 5, o 2.<br />
Arrivarono gli ottavi. Poi i quarti.<br />
Gli altri tre erano gente del posto, solo lui veniva da fuori.<br />
E puntava ad un premio che valeva due mesi di stipendio. Dei suoi. Quasi quattro per un operaio.<br />
Mi cercava con gli occhi.<br />
Era solo, con un bimbo piccolo, in un ambiente che si faceva sempre meno amichevole. I mugugni del pubblico erano chiarissimi.<br />
“Gazzosa! Chico!”<br />
Finale. Infinita. Ormai erano quasi le due di mattina. Un’ora era andata persa per il reclamo di un locale battuto in semifinale. Bocce irregolari. Analisi delle bocce di papà. Respinta. Grande Italia di una volta.<br />
Io barcollavo, ma non potevo lasciare solo il mio papà.<br />
Lui studiava ogni colpo bevendo gazzosa. Roba mai vista.<br />
Aveva il senso innato dell’impresa eroica. E lo sapeva.<br />
Avrebbe raccontato quella notte a tutti, per sempre, ovunque, in tutte le bocciofile d’Italia. Penso che la racconti anche dov’è ora, dovunque sia.<br />
Dentro il bocciodromo era un grande silenzio.<br />
Solo qualche grido di incitazione nelle pause, ma erano tutti per l’avversario.<br />
Io e lui. Soli. Paura? Mai. Incoscienza? Certo. Sempre.<br />
E vinse. Rischiando. Vinse. Spaccando ogni boccia “a punto” dell’avversario. Uno sterminio.<br />
Si diffuse un gran mormorio. Gli altoparlanti lo chiamarono alla premiazione.<br />
Lui mi prese sotto la spalla, ritirò l’enorme trofeo, sorrise, ritirò la busta con i soldi, sorrise.<br />
Praticamente fuggimmo nella notte verso Milano. L’ultima cosa che ricordo prima di cadere, defunto, nell’oblio dei bimbi, è lo sguardo di mio padre fisso nello specchietto a scrutare la strada dietro di noi.<br />
Il giorno dopo la scuola mi riprese.<br />
Solo trent’anni dopo, un giorno mi guardò sorridendo e mi chiese:<br />
“…ma ti ricordi quella notte quante gazzose mi hai portato?”</p>
<p>Francesco Boscarino</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on RENATO PEZZANO &#8211; L&#8217;ANIMA NELLE MANI by ...</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/2009/12/04/renato-pezzano-lanima-nelle-mani/comment-page-1/#comment-32</link>
		<dc:creator>...</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 12:07:24 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?p=747#comment-32</guid>
		<description>Parole non ne ho per descrivere le emozioni che trasmetti...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Parole non ne ho per descrivere le emozioni che trasmetti&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Comment on LibertàEdizioni &#8211; Testi by Domenico Turco</title>
		<link>http://libertaedizioni.net/blog/scrivi-quello-che-vuoi/comment-page-1/#comment-29</link>
		<dc:creator>Domenico Turco</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 09:26:55 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://libertaedizioni.net/blog/?page_id=379#comment-29</guid>
		<description>VISIONI DI LEI

Ti amo di un amore muto, insano,
che si nutre d’ossessione e rimpianto,
veleno nel mio sangue, piombo, cancro,
un morire peggiore della morte,
più nero e desolante della notte.

Il mondo è la tomba di un’altra stagione,
primavera felice in pieno inverno
perché in quel tempo la tua luce è apparsa
all’orizzonte, perché allora ho sentito
una freccia insinuarsi nelle viscere,
e scoperto che c’eri – l’aurora 
sbucò da una piccola porta rotta
ed entrò in una vita vuota
per riempirla di gioia straripante…

Ma fu breve parentesi di sole: adesso
lei vive nel Paese delle fiabe,
principessa di un regno perduto,
mentre resto qui, poeta di ieri,
sopravvissuto ai lampi di un ricordo,
a schegge colorate di un sorriso.

Solo e disperato percorro il viaggio
dei giorni in cerca di tracce smarrite
e cercando mi sono perso
in oscuri labirinti di bosco,
assorto in un’assenza senza senso.

La ninfa che inseguivo era una fata
figlia del vento e della fantasia,
andata via come farfalla, sogno
inghiottito da un abisso di fuoco…

Domenico Turco</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>VISIONI DI LEI</p>
<p>Ti amo di un amore muto, insano,<br />
che si nutre d’ossessione e rimpianto,<br />
veleno nel mio sangue, piombo, cancro,<br />
un morire peggiore della morte,<br />
più nero e desolante della notte.</p>
<p>Il mondo è la tomba di un’altra stagione,<br />
primavera felice in pieno inverno<br />
perché in quel tempo la tua luce è apparsa<br />
all’orizzonte, perché allora ho sentito<br />
una freccia insinuarsi nelle viscere,<br />
e scoperto che c’eri – l’aurora<br />
sbucò da una piccola porta rotta<br />
ed entrò in una vita vuota<br />
per riempirla di gioia straripante…</p>
<p>Ma fu breve parentesi di sole: adesso<br />
lei vive nel Paese delle fiabe,<br />
principessa di un regno perduto,<br />
mentre resto qui, poeta di ieri,<br />
sopravvissuto ai lampi di un ricordo,<br />
a schegge colorate di un sorriso.</p>
<p>Solo e disperato percorro il viaggio<br />
dei giorni in cerca di tracce smarrite<br />
e cercando mi sono perso<br />
in oscuri labirinti di bosco,<br />
assorto in un’assenza senza senso.</p>
<p>La ninfa che inseguivo era una fata<br />
figlia del vento e della fantasia,<br />
andata via come farfalla, sogno<br />
inghiottito da un abisso di fuoco…</p>
<p>Domenico Turco</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
