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14/11/2009

HALD – ROMANZO GIALLO DI ANNA ALBERICO

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ScreenHunter_172Hald è l’ultimo lavoro di Anna Alberico, scrittrice di saggi storici, oltre che di testi di narrativa. Anna è anche responsabile del settore prosa all’interno della casa editrice per cui scrive.

Hald è, in estrema sintesi, un giallo. È stato anche definito, un romanzo noir (in Francia un tempo si definivano noir i libri che oggi sono comunemente chiamati gialli, perché le copertine erano di colore nero).

Il tessuto narrativo di Hald è, quindi, quello di un giallo, costellato da omicidi e fatti di sangue, su cui indagano poliziotti ed abitanti, scienziati e psichiatri. Tutta la comunità, ciascuno con i mezzi che ha a disposizione, sembra impegnata nel tentativo di far luce su questi efferati omicidi. La trama prende l’avvio dall’arrivo della cometa, Hald appunto, e dall’arrivo di una serie di curiosi interessati a vedere questo fenomeno dal colle più alto della zona.

Il tessuto su cui è costruito il romanzo, quindi, fa pensare che si tratti di un giallo classico; basta scorgere i titoli dei capitoli per rendersi conto di ciò. Eppure in Hald esistono diversi, possibili piani di lettura. L’incipit del romanzo, ossia l’arrivo della stella cometa, fa da sfondo a tutta una serie di situazioni che solo a prima vista sono marginali rispetto ai delitti ed alle indagini su di essi. La cometa pertanto diventa – come vedremo – il filo conduttore di tutto il romanzo, la spina dorsale della trama; essa diventa, di volta in volta, polo di attrazione, elemento disturbante, capro espiatorio delle follie umane, e così via … È questo fenomeno astrale che sembra accendere i riflettori su un paesino fino ad allora anonimo. La vita nel piccolo centro scorre sonnolenta e sempre uguale fino al giorno in cui questo elemento di curiosità e attrazione non richiama estranei di tutti i tipi, interessati ad osservare la cometa. Viene pertanto spontaneo chiedersi se il trantran di quel luogo sia stato sconvolto più dal raro evento astronomico, dai visitatori o dagli omicidi che in quei giorni iniziano a colpire i residenti.

Quel che è certo, è che gli influssi di Hald diventeranno in più occasioni capro espiatorio degli atteggiamenti e delle inettitudini, dell’incapacità degli esseri umani e di fatti apparentemente inspiegabili. L’astro viene descritto con elementi quasi umani (citazioni: innervosiva gli astronomi ; oltre che distratta, Hald era dispettosa; l’arrivo delle comete dà sempre la stura a profluvi di notizie e predizioni; l’opacità di Hald dimostrava che anche il cielo imperversava sui disperati …). A ben vedere, quindi, la trama che si apre sugli omicidi e sulle indagini, rappresenta solo uno dei possibili piani di lettura del libro; è, infatti, su di esso che viene intessuta una profonda, ironica analisi del comportamento umano il quale, a sua volta, offre uno spaccato della realtà contemporanea.

La storia apparentemente banale del giallo, con i suoi indizi, diventa un modus operandi per rivisitare, riprendere, rincorrere tematiche assai più profonde e complesse. Ogni aspetto singolo pertanto, si può prestare a più valutazioni, oltre che a più piani di lettura quando si passa dal significato al significante di molti termini impiegati e di numerosi giochi di parole presenti in Hald. Ed ecco allora che sorge spontanea un’altra domanda: è vera o effimera la pace che regna in questi piccoli paesi prima dell’arrivo della cometa e dell’inizio della serie di omicidi? Le indagini della polizia, non sembrano in grado di far luce su quel che passa realmente per la testa delle persone, né distinguere con chiarezza quali personaggi conducono da sempre una vita realmente irreprensibile, rispetto a quelli che, invece, sembrano nascondere degli scheletri nell’armadio. Diversi sono gli aspetti dell’animo umano che vengono valutati: ci sono, ad esempio, i pettegolezzi (citazione: “era magra come una silfide e malvagia come un’arpia”), le ripicche reali o temute (citazione: “avrebbe rincarato l’affitto agli inquilini se non si fossero prestati ai pii proponimenti”), i piccoli e grandi segreti (citazione: “sono stato arruolato in un giro di furti e ricettazione”), le manie (la decisione di fare il presepe in agosto) a volte vere, altre solo immaginate, ecc … nessuno ne esce bene, soprattutto gli uomini (citazione: ”Purtroppo esistono persone specializzate nel logoramento altrui”; “I maschi  sono frustrati dall’inadeguatezza “).

I personaggi diventano così delle vere e proprie macchiette, quasi per ricordare che, anche nei momenti più difficili della vita, occorre non prendersi mai troppo sul serio. I tratti fortemente ironici con cui l’autrice li caratterizza, sono però, allo stesso tempo, taglienti e non risparmiano nessuno: basta la descrizione di un particolare, un nome (ad esempio il professor Lampo). Attraverso queste pennellate fugaci, vengono veicolate informazioni sul carattere dell’essere umano e, di riflesso, sulla realtà in cui vive. Tutto questo pone in campo l’ennesima domanda: sono i forestieri ad essere strani per gli abitanti del luogo in cui si svolge la narrazione (i quali vivono una realtà apparentemente senza tempo e senza storia) o sono invece gli abitanti ad essere un po’ fuori dal comune (a chi può venire in mente di fare un presepe in agosto?) o – ancora- c’è qualcosa di veramente normale e di non normale nell’atteggiamento umano?

Tutto il libro è connotato da un ritmo incalzante, fresco ed allo stesso tempo spiazzante, ironico: lo stile perciò è solo in apparenza banale perché, a ben guardare, diventa  a sua volta metafora del caos che regna nella vita contemporanea. Le descrizioni, le teorie strampalate, il continuo miscuglio di termini strani e spesso contrapposti, la presenza di sacro e profano (religione e astrologia), di vecchio e nuovo (situazioni immutabili e computer), di scienza e fede (la cometa ed il presepe), di dialoghi surreali e descrizioni in cui si mescolano elementi apparentemente assurdi, non servono solo a fornire un ritmo dirompente alla narrazione ma anche a rappresentare metaforicamente una realtà che, con le sue stranezze, sa superare qualsiasi fantasia. Le stesse indagini, effettuate a tutto tondo (ossia ricorrendo alla scienza, alla psichiatria, all’intuizione, ai disegni dei bambini, a mix di più elementi, tanto che come dice il commissario, manca solo di decidere per “alzata di mano”…) diventano espressione della complessità del reale. A tutto tondo sono infatti le situazioni da esplorare, ossia le vicende quotidiane; per assurdo infatti quelle che a prima vista sembrano devianze e varianze rispetto alle situazioni usuali, s’impongono e si caratterizzano fino a palesarsi quale componenti della realtà stessa, per quanto strampalata essa possa sembrare.

L’intento primario dell’autrice è naturalmente quello di attirare la curiosità del lettore ed a mio avviso ci riesce benissimo, sia se si valuta il racconto e le indagini tipiche del romanzo giallo, sia  se ci si addentra sul piano più profondo dell’indagine dei comportamenti umani e del mondo reale in cui vivono le persone. Il richiamo ai gialli di D. Pennac è – a questo punto – doveroso; nella saga della famiglia Malaussene, Pennac descrive un mondo dove la finzione (in quel caso data dal teatro e dalla letteratura) s’intreccia con la realtà. Il signor Malaussene, di professione è capro espiatorio, proprio come Hald diviene causa, più o meno concettualizzata, per tutto quel che non trova spiegazione o per il quale non si sa o non si vuole assumere responsabilità alcuna.

L’ironia, le battute, il ritmo narrativo veloce sono simili tra questi due autori. Ciò che differenzia lo stile dell’autore francese da quello di Anna Alberico, è invece lo spirito che si respira: mentre nei gialli della saga di Malaussene tutto è pervaso dall’ allegria e dall’innocenza dei bambini, nella scrittrice ligure prevale una risata amara. Sembrano prevalere infatti il cinismo, gli sproloqui, i grugniti, le malelingue … Si respira in Anna Alberico un’aria di amarezza che rende meno cristallina la risata del lettore. Si nota così in modo chiaro quel che fin dalle prime righe s’intuiva: molti personaggi mancano di trasparenza o serenità. L’aspetto surreale, per cui nelle descrizioni si considera tutto e il contrario di tutto, rende lecito, o meglio possibile, qualsiasi parere e legittima ogni situazione anche la più paradossale.

La vita del resto, non è che una commistione tra magia e scienza, misticismo, religione, credenza popolare … Nulla quindi, in questo romanzo, può essere dato per scontato: quel che appare vero, non lo è o non è affatto detto che lo diventi (ne sono prova evidente gli indizi sugli abitanti che sembrano vivere in modo morigerato, per poi rivelarsi usi a costumi non proprio irreprensibili).

I messaggi che l’autrice lancia sulla società moderna, sono numerosissimi; su tutti però predominano, a mio avviso, l’insoddisfazione (citazione: “Mi sono stancato di avere le responsabilità di un notaio e di una balia con la qualifica di un impiegato” ), la precarietà del lavoro ( la precarietà del lavoro  “Lavoro interinale, marginale e fluttuante, cercasi: apprendista esperto, esordiente, volenteroso, valente, capace che non superi un incapace …”), la disoccupazione che sfocia in criminalità (Osvald per aiutare la madre e la sorella si occupa di affari illeciti) e il lavoro nero (citazione: “Lavoravo in nero per una ditta in nero, che riparava una casa affittata in nero agli immigrati clandestini”).

Questo romanzo è dunque un affresco che dipinge la vita quotidiana. Le dicotomie sono giocate per creare una visione paradossale ma, alla fine concreta, di una realtà in cui la follia diventa non l’eccezione ma la regola. Solo le convenzioni possono mascherare tutto ciò ma basta che intervenga un elemento di disturbo (come l’arrivo di una cometa) per smascherare e scatenare una serie di eventi, siano essi omicidi o altro. L’allegoria diventa elemento imprescindibile per descrivere il reale. I giochi di parole, non solo sono metafora dell’inganno umano (vedi il ragazzo che abita a Rio e tutte lo cercano pensando si tratti di Rio de Janeiro) ma anche indicazione dei moniti lanciati dall’autrice: non bisogna mai prendersi sul serio ma vivere l’attimo (citazione: “Dubito che Ignazio conosca l’entusiasmo …”).

Il fluire della vita e della sua assurdità diventa per assurdo elemento di originalità. La critica, sempre giocata sull’ironia, non risparmia le istituzioni ed i personaggi che, dall’alto della loro conoscenza esprimono pareri assurdi (“quelle tre sono affidabili come un covo di serpi che gioca a ramino”; “una creatura cubista asessuata a due teste, sei occhi, …”).

Va da sé che, questo piano di lettura, trasforma indizi e indagini in una parodia del lavoro scientifico che usa paroloni per non dire nulla (citazione: “Quel che avvenne nella mezz’ora successiva fu un misto tra un gioco a quiz, un sondaggio e un’asta all’incanto”). L’unica speranza che resta, è che: ”La verità, prima o dopo, viene a galla “, anche se, in un mondo così precario, l’unico modo di ragionare possibile sembra rimanere sempre quello di vivere alla giornata: (citazione: “cogliere l’attimo, prendere l’onda, seguire la luce e Balzac, Hugo, Dostojevskij … pensi cosa me ne fregava” ). Perché la vita è  “Un incubo a orologeria …” e se si sta al gioco si capisce che ogni volta che viviamo ci troviamo “ai limiti dell’assurdo, cioè nel reale”.

Un’ultima domanda sorge quindi spontanea: è la realtà a trasformare il romanzo in qualcosa di irreale, irrazionale e surreale o è il giallo a rappresentare uno spaccato del caotico mondo che da sempre l’uomo tenta di incanalare in circuiti predefiniti?

Barbara Cannetti

SÌ, CAMBIA! – LA DISABILITÀ RACCONTATA DAI FAMILIARI DI DAVID GIACANELLI

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ScreenHunter_203Leggendo il testo di David Giacanelli ho pensato ad una frase di un libro di Baricco: “Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”. Mi sono chiesta, davanti alle testimonianze dei genitori di figli disabili, se e quando fosse loro arrivata risposta a quel primordiale “perché” che deve averli attraversati nel momento in cui gli veniva consegnata la diagnosi di disabilità del figlio ancora in grembo. Credo di sì, che prima o poi abbiano ricevuto una risposta, e che questa sia loro pervenuta in modo diretto e chiaro. Perché crescere un
figlio disabile è una gran fatica e, nel contempo, un’esperienza talmente coinvolgente da non lasciare immutata la profondità interiore del genitore che lo accoglie, materialmente e psicologicamente, all’interno del proprio mondo fisico e interiore. Dunque un “perché” diverso dalla prospettiva iniziale di sbigottimento e, probabilmente, di rabbia, ribellione, interrogativi. Quando il rapporto con il figlio speciale, diverso, matura e passa il confine dell’accettazione, il “perché” iniziale evolve, matura, e diviene “perché” di risposta e prologo a tutta una serie di considerazioni motivate.

David Giacanelli ha incontrato i genitori poi intervistati durante l’estate 2008 a Roma, prima che scoppiasse il caso di Eluana Englaro,
prima che si accendessero i riflettori dei media su accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia. Lo scrittore affronta il problema dell’handicap lasciando parlare direttamente i genitori delle persone diversamente abili. Questi interlocutori raccontano la loro vicenda realisticamente, senza retorica; ricordano gli ostacoli, i ritardi per ottenere una diagnosi completa, i tempi delle cure,
l’attesa per ottenere l’assistenza; le difficoltà di districarsi nei meandri dell’amministrazione per il maestro di sostegno, l’accompagno,
il passaparola tra i genitori sulle procedure, l’associazionismo come reazione collettiva alla solitudine del disabile e dei familiari.

Prima di altri questi genitori hanno pensato al futuro dei loro figli, al dopo di noi, e parlano di autonomia assistita (le case famiglia), dei problemi delle cure, del loro protrarsi fino a raggiungere gli stadi dell’accanimento terapeutico. Sempre questi genitori si sono soffermati a riflettere sul prima, su cosa avrebbero e hanno fatto quando si è saputo della disabilità prima della nascita. Leggiamo diverse, talvolta contrastanti argomentazioni nelle interviste ma tutti i genitori, laici o cattolici, si richiamano alla piena libertà di scelta, un valore imprescindibile dell’agire umano.

Sì, cambia! è disponibile in formato eBook ed è possibile prenotare copie del cartaceo inviando una email a ordini@libertaedizioni.net.
David Giacanelli nasce a Roma il 6 settembre del 1972. Dopo la maturità classica, la laurea in Scienze Politiche alla Sapienza. Ha lavorato per diversi anni come ufficio stampa istituzionale e, oggi, continua a svolgere la funzione di addetto stampa per una società. Ha scritto, come freelance, in numerose testate nazionali e siti internet. Si è occupato delle relazioni esterne di un Istituto per la promozione e divulgazione del cinema e l’audiovisivo dei Paesi latino-americani e nel novembre del 2004 si è classificato al terzo posto alla II Edizione del Premio giornalistico Benedetta D’Intino, istituito da Cristina Mondatori, con l’articolo sul sociale “Uomini”. Appassionato di narrativa e cinema, appena gli è consentito, viaggia.

Paola Buja

SEDICI MILIONI DI COLORI – PROSE LIRICHE DI BARBARA CANNETTI

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ScreenHunter_225Il sottotitolo  di  “Sedici milioni di colori “  di Barbara Cannetti, giovane scrittrice esordiente emiliana, evidenzia la struttura stilistica dell’opera in esame con l’indicazione di   prose liriche.

Già la scelta operativa dell’Autrice ci sorprende per la sua originalità.  Le prose liriche erano rimaste nella memoria letteraria confinate ai primi anni del secolo scorso, con il Cardarelli de La Ronda, dei  Prologhi, Viaggi nel tempo e Favole e memorie, opere di grande valore poetico.  La successiva turbolenza futurista del rifiuto della tradizione, la scheggiata e dura lirica montaliana, lo sperimentalismo del  secondo dopoguerra avevano esiliato la ricerca del bello scrivere e la suggestione di un verso armonioso e ritmico che non disdegnavano  la lezione dei classici e le reminiscenze leopardiane.  Tuttavia è proprio delle conquiste culturali più valide ed essenziali ripresentarsi, dopo il trapasso delle mode, in ricorsi che ne esaltano la necessità verso fini espressivi di particolare natura. E’ il caso di Barbara Cannetti  che  rinnova la tecnica delle prose liriche adattandola alle sue esigenze poetiche  che vogliono raccogliere in un contenitore prismatico le singolari esperienze della sua vita problematica.  Dal racconto di Barbara emergono i suoi dialoghi  che si irradiano in più direzioni e che stanno tra la liricità dei rimpianti, dei sentimenti e dei sogni e la forte realtà del documento, impietoso e drammatico. Era dunque necessaria una poesia che avesse la lievità  dell’intimismo coltivato in regni di solitudine e una prosa che affondasse le sue radici nella concretezza dei giorni e delle ore difficili. Ci si potrebbe aspettare, da una penna meno abile, una  sterile dicotomia, uno iato stridente e fastidioso. Invece ci troviamo a leggere in una compostezza  naturalissima e profonda  un unicum di emozioni, riflessioni, ribellioni, accettazioni, rappresentazioni  che risvegliano le nostre capacità di giudizio e di riflessione verso zone spesso solo sorvolate poiché compromettenti una  inattiva tranquillità d’animo.  In sintesi si potrebbe affermare che Sedici milioni di colori  è l’autoritratto psicologico, morale e spirituale dell’Autrice, ma anche l’autoritratto della sua malattia che Le impone un  continuo affinamento di forze,di speranze e di approfondimenti sul senso della vita. Un percorso che ognuno di noi forse fa, o ha fatto, di fronte a qualche  coinvolgimento esistenziale determinante, ma che è stato rapidamente rimosso dopo la chiusura dell’incidente. Così spesso viene vanificata la nostra occasione di ripensamento, la proposta educativa che spesso è ragione del male che il destino ci riserva.  Leggendo la storia di Barbara comprendiamo quante e quali linee di forza possono esistere anche all’interno di un pigiama  che è diventato la divisa di un’appartenenza orgogliosa e dignitosa al mondo di coloro che lottano e che non cedono alla rassegnazione. I paesaggi  che Barbara non vede dalla sua finestra sono i paesaggi  della  piatta campagna emiliana, ma in lei vivono altri territori, altri paesi, altre città e sono quelli della volontà, del tempo che è sempre giocato in ripresa, delle architetture che si elevano nelle altezze della speranza. Abbiamo parlato di autoritratto dell’Autrice nell’opera in esame, ma vorremmo che non fosse confuso  con l’autobiografismo, vezzo purtroppo molto comune e spesso insopportabilmente ristretto nei limiti angusti dell’egocentrismo. Niente di tutto questo. Le prospettive della Cannetti  partono dalle esperienze personali, com’è naturale che sia; ogni grande scrittore e poeta ha dipinto sempre e solo se stesso: Flaubert  diceva “ Madame  Bovary  sono io “, ma giungono ad esprimere, come nella vera Arte, Valori universali e intramontabili. Il raggiungimento di tali obiettivi non è un’arrampicata priva di difficoltà. Oltre all’ispirazione interiore, al desiderio di esprimersi e di comunicare agli altri il significato della propria vita, occorre disporre di una struttura culturale molto solida e collaudata, essere padroni dei mezzi espressivi e conoscerne i segreti. Barbara impiega il suo tempo nel perfezionamento della sua cultura, già solida in partenza, provenendo dal liceo classico e da conclusi studi universitari. La lettura è la  sua dichiarata passione e il panorama della letteratura contemporanea italiana e straniera non le riserva alcuna zona d’ombra. Con l’ausilio di strumenti appositi Barbara legge continuamente, si informa di novità letterarie, scrive e memorizza, attiva collegamenti col mondo della cultura anche molto lontano da lei e le novità anche le più impressionanti non le sono estranee. Da una mente così aperta ed elastica, preparata e profonda non può derivare  che una scrittura affascinante e coinvolgente, tramite sicuro tra le nostre abitudinarie convinzioni, tra il pensiero pigro di  giornate qualsiasi e il piglio forte e sicuro di una Persona che nel silenzio e nel nascondimento conduce ogni giorno l’unica vera battaglia  che valga la pena di combattere nella vita: quella contro la banalità delle  mille piccole rassegnazioni quotidiane che stritolano la nostra esistenza senza che ce ne accorgiamo e ci conducono al Nulla, prima che alla morte.

Elettra Bianchi

13/11/2009

AI BORDI DELLA DISSOLVENZA – POESIE DI ELETTRA BIANCHI

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ScreenHunter_235La poesia metafisica di Elettra Bianchi

Chi cercasse nella poesia di Elettra Bianchi leggerezza, scioltezza di ritmi, conforto e riposo di immagini, ricchezza di colori, trasparenza di atmosfere, andrebbe deluso. La sua è una poesia aspra, antimelodica, che non si lascia incantare dalla malia del verso sonoro e cantabile, che rifugge dal calligrafismo, poco incline al raffinato gioco delle analogie. Si direbbe che la lezione simbolista non abbia lasciato traccia significativa in lei. Più attenta semmai all’allegorismo montaliano, alla sovrapposizione di significati altri da quelli immediati. La sua poesia si gioca sul doppio schermo del fisico e del metafisico, del reale e del sovrareale. Il viaggio esistenziale è significato dalle immagini stesse del viaggio reale: partenze, ritardi, fermate, arrivi, alludono alla complessa vicenda del vivere quotidiano pur conservando il loro valore denotativo. Una poesia la sua, che punta tutte le sue carte su di una sintassi a volte impervia, con frequenti inversioni di rapporto soggetto – predicato, o ellissi, dalle ampie volute, e soprattutto su effetti ritmici di notevole suggestione, per l’andamento ascensionale impresso al ductus . E’ la riscoperta della funzione aggettivale del participio, usato anche in sequenze di ablativi assoluti- tipico in Temporale estivo sulle Langhe

( “ Nubi distrutte / Cirri strappati./ Impauriti vapori / … e si disfanno / e smembrati / si dissolvo-

no …”) – a conferire pregnanza al discorso. Già nei titoli stessi delle liriche, il participio contiene in germe, o piuttosto le riassume come un indice esponenziale, le potenzialità espressive, che la lirica nel suo corso svolge ( Il sole immaginato, La luce sognata, I giorni strappati, Il soldato indebolito).

Se nella prima sezione più alta è la frequenza di questo costrutto con felici esiti espressivi ( degno di nota soprattutto ne I tre pioppi : (“ sconosciuto ogni linguaggio/ esaminò/ sui tronchi la scorza/ ….. e si udì/ il tonfo d’addio/ dei discorsi tagliati”), non mancano esempi significativi anche nella seconda sezione ( VI : “Giunge col suo fiume di gemiti/ e la rabbia/ e i soffi agitati/ e le corse insensate/ e il sibilo di stridule sillabe/ e il suono di strappate catene” e XXI : “Non si capisce/se sognati/ o veri/ i volti e i gesti/ se sigillato /il tempo/ o ancora il battente socchiuso/ se guadagnata/ o persa/ la vita” ). L’impiego del participio, valorizzato nella sua doppia funzione, aggettivale e verbale, cospira a un effetto di violenza, di perentorietà, come in Estate (“D’estate lo schianto temuto/ è della tromba d’aria: / cerca rifugio l’aia/ frustata dal vento/ le scosse braccia dei pioppi/ rendono lamenti…/ .. Cercano le radici un appiglio/  ai sassi sepolti si aggrappano/ ai muri corrosi…”) o ne Il cammino della notte (“stattene sequestrata/ sulla soglia del tempo/ con tutto il tuo bagaglio fermo”).

Il Montale epigrammatico di Satura  e delle ultime raccolte, più che il lirico de La bufera è la Musa ispiratrice, schiva e appartata, della sua poesia (Eugenio Montale: “Hai scheggiato parole/ che negano i vini dolci”), antilirica, a cui sembra negata ( o forse deliberatamente la rifugge?) la grazia del canto, “ figlia di angeli bruni/ ti sei nascosta/ agnella vereconda/ in duri precipizi di silenzio…/ tu belato/ che parla all’esanime”, come è detto in un’ importante dichiarazione di poetica che richiama la montaliana “ergotante balbuzie dei dannati”. Una poesia dai tratti a volte spigolosi, rifuggente dall’ornamentale e dal decorativo (“nel buio di chiusi vocabolari/ non cercherò la parola elegante/ ad orna di trine e trasparenze/ per affascinarti” in Nel buio ).

La distanza dal simbolismo non esclude occasionali ma significative tangenze nell’evocazione di trasognati stati d’animo, non tanto nella tecnica compositiva, soprattutto nella prima raccolta Galoppano i segni. Nella lirica La barca compresa nella sezione Omaggio a Luzi è abbastanza trasparente il richiamo a Rimbaud , ai versi finali del Bateau ivre : “ ma i marinai/ ubriachi di mare/ non piangeranno/ l’abbandonata terra? ”.

Più sensibile l’impronta lasciata dalle avanguardie, a giudicare dalle variazioni su di una delle più celebri liriche pascoliane, Il lampo, in cui l’apparente mimesi dilata e deforma espressionistica-mente l’originale, in un clima di apocalisse cosmica: “ alberi oscillanti/ nel viola pazzo/ e una catena di nuvole in corsa/ s’accavalla e pencola e dondola/ fatta e disfatta/ e l’occhio disconosce se terra o aria/ o mostri urlanti/ facciano l’ora pericolosa e nera”. Un fremito espressionistico, con un effetto di impatto violento e deformante, attraversa La luna è tramontata :“ Era una vecchia cosa appesa al cielo/ lisa dalle nuvole sbocconcellata dai venti/ e pallida molto pallida/ si vedeva che doveva andarsene”, e Marzo : “ Nella fessura del tempo/ s’é intrufolato/ Marzo” . Il senso della radicale insignificanza della vita trova ancora una via espressionistica ne Il treno della notte:“forse/

si finirà tutti quanti/ viaggiatori e ferrovieri/ nel lontanissimo tunnel/ dell’assenza/ appesa al soffitto/ la lampada del nulla” .

Echi del mahleriano Canto della terra ci pare di sorprendere in XVII : ( “ Sui laghi azzurri della dimenticanza/ una stanca pace fluttua leggermente/ barca arenata sul tramonto” ) ove sono presenti in suggestivo scorcio le stesse coordinate paesaggistiche dell’ultima sezione del Canto  (“Die Sonne scheidet hinter dem Gebirge …/ Wie eine Silberbarke schwebt/ der Mond am blauen Himmelssee herauf” : “il sole scompare dietro i monti…/ Come una barca d’argento ondeggia / la luna sull’azzurro lago del cielo) la nota della “ felicità dimenticata nel sonno” ( “ im Schlaf  vergeßnes Glück” ) e il motivo della pace in un clima estenuato di volti e di cose sparenti (“ Ich suche Ruhe für mein einsam Herz” : “cerco pace per il mio solitario cuore”), nell’aprirsi dell’orizzonte su infinite, azzurre , inafferrabili lontananze (“Allüberale und ewig blauen licht die Fernen!” : “Ovunque e per sempre risplendono azzurri gli orizzonti!” ).

Il confronto con Rilke impegna la Bianchi, al di là del riecheggiamento di temi e immagini motiviche ( il Leintuch, il funebre lenzuolo tessuto dalle Parche, ricorrente in XXX “un legge-rissimo/ vestito finale/ e un bagaglio/ ultimo/ che non ti pesi”), in una ripresa o piuttosto in un rovesciamento della poetica della metamorfosi. Di contro allo stupore estatico del poeta praghese di fronte all’incessante divenire dell’universo, che si converte nella seconda parte dei Sonetti a Orfeo in una vera e propria iniziazione interiore a sentirsi parte di un tutto, a confondersi gioiosamente nel flusso perenne, è dominante ne Il cammino forte la percezione di una resistenza ostinata delle cose al cambiamento, congelate in un’inossidabile fissità ( XXIV: “Pare invece/ nella stazione del dolore/ che tutto sia di marmo/ immobili profumi/ dei fiori d’acciaio/ macigno il suono/ del campanello ottuso/  inchiodato il fischio/ del capostazione./ Viaggiatori di gesso, s’affacciano pallidi ai convogli…”). Nella poesia della Bianchi non c’è posto per la romantica ebbrezza dell’infinito, per il panismo orfico rilkiano. La consapevolezza del dolore, di un dolore immedicabile, la percezione di una ferita nell’Essere, “nello spaccato cuore della terra” , già in  Galoppano i segni ( “Gettata fuori dall’infanzia/ seppi/ l’esistere insanguinato” ) apre la via alla contemplazione del mistero del Male: “All’uscio del Cielo/ s’affaccia ghignante/ la Morte/ con le ancelle malate./ Sulle mani dell’uomo/ il peccato”, provoca la domanda: “ Perché/ sopra il tenero cuore del mondo/ s’è posata/ una mano crudele?” . La domanda di senso è destinata a non trovare risposta: “ Non chiedere/ -perché a me?/ ….. Perché tutti siamo “ me”” (Galoppano i segni) nella rabbrividente constatazione che la storia è striata di sangue: “ Appena nato il tempo/ con quale colpa ha fatto festa/ l’uomo / orribilmente?/ Qual è stato lo scandalo/ verso Chi il delitto?” ( Il cammino forte, XXVIII). L’angoscioso interrogativo sul senso del dolore percorre le liriche più intense de Il cammino forte, in cui più sostenuto e martellante si fa il ritmo , che perde la leggerezza di movenze di Galoppano i segni, più ardua la sintassi, più scarnificata la scrittura, lontano dall’esangue impalpabile astrattezza del modello luziano, presente nella precedente raccolta.

Ogni consolante teodicea è rifiutata, nella certezza che “ Il giusto è non chiedersi cosa sia giusto

( II), in cui epigrammaticamente si condensa la domanda “Non è forse incomprensibile/  Signore/ … che i secoli passino/ senza che alcunché sia modificato/ e non ci siano tagli/ a quest’orrendo copione?/ Signore/ ho bisogno che di fronte a tutto questo/ io impari a non fare domande”. ( Non è forse incomprensibile? ).  La fitta ombra di mistero non può essere diradata (“A volte/ ….. il mondo ha un grido/ di animale ferito a morte/ che nel macello del male/ si  ribella al pugnale./ Continua invece/ a sopportare/ sul dorso rotondo/ sulle mani rotte/ gli oceani e le terre/ i fiumi le case gli uomini. / E non sa perché” . ( VII ).

Un atteggiamento così disincantato non sfocia tuttavia in un disperante ateismo, né è da confondersi con la scepsi o con un’inerte accettazione della propria ignoranza come connaturata alla condizione umana. Il sospetto che tutto sia affidato al Caso (“ Chi gestisce/ la sala non si sa./ Si sa che a volte/ regala un vino dolce./ Altre volte/ fa servire l’assenzio” XXVII ) sembra talora essere vinto dalla speranza che i conti tornino, che ognuno abbia ricevuto “ il biglietto giusto/ quello fatto per lui” :

E se tornasse il senso del Tutto/ e il cieco Caso/ fosse un’invenzione/ della nostra oscurità?

( La lotteria ).

Le domande poste dalla poetessa si situano all’interno di un orizzonte di fede convinta e vissuta nell’esperienza quotidiana del dolore che ha nella Croce il suo punto di riferimento paradigmatico: “ Fa’ che io non veneri la Croce/ Signore / se non so sopportare la mia” ( Preghiera ). In Raccontatemi ancora ritorna l’esemplarità della Passione: “ A me che piango il mio dolore/ … fate ancora sapere la storia/ di Quel Mite/ Innocente/ che fu disteso su una croce…/ Forse quella lontanissima Storia/ che tutte le altre conchiude/ non la conosco abbastanza”. I simboli cristologici come l’agnello sacrificale ( “ il trucidato agnello/ sotto il ferro impietoso/  che lo sgola” in  Galoppano i segni e “l’agnello / cena nel sangue” ne Il cammino forte ) richiamano la centralità della Croce nella cristologia della Bianchi che ha fatto proprio il pascaliano “ Jésus  sera en agonie jusqu’à la fin du monde” : “ Ma quando entro nella mia anima/ e ne ascolto i silenzi/ sento che piangi anche Tu/ le lacrime dell’universo e il tuo sospiro/ raccoglie ogni altro dramma” ( Quando leggo i giornali ) .

Nella sua teologia il rapporto tra il  modello e l’immagine è come rovesciato, come suonano i versi conclusivi di Quando leggo i giornali: “ Padre, allora ti so esistente/ a mia immagine e somiglianza”. 

Un cristianesimo tragico, dunque, che nella ricerca trepidante del Deus absconditus , insensibile alle prove tradizionali della metafisica classica, diffidente di ogni teleologia, non ignora che  “Ancora vai a cena coi peccatori/ tendi la mano ai miserabili/ … ti chini a curare le ferite infette/ … Ecco perché non ti trovo, /  Signore./ Non ho ancora capito/ questo tuo strano / modo di Essere”. ( Deus absconditus ). L’ambito privilegiato della ricerca non è tanto quindi quello della metafisica, della filosofia dell’Essere, ma quello della “ lontanissima Storia/ che tutte le altre conchiude” in cui l’Essere vive, in cui tutti i fili delle vicende umane si annodano, comprensivo, nella sua conclusività (tale ci pare sia il senso del “conchiude”) di ogni singola storia, del vissuto di ogni esistente.

La poesia della Bianchi dà voce al dolore, a ogni dolore, ne interpreta l’ansia di redenzione, un’ansia implacata, che rifiuta le consolazioni che i ritrovati della civiltà possono offrire, la stessa arte, e solo nella figura del Cristo povero e sofferente, trova senso e riscatto.

Giovanni Ramella

L’AMORE È UNA PERSONA – RACCONTI FANTASTICI E POESIE DI MARCO BATTISTA

Filed under: Recensioni — Administrator @ 19:30

ScreenHunter_90Il volume “L’Amore è una Persona” raccoglie quasi tutta la produzione poetica di Marco Battista, Autore che per originalità di scrittura e d’ispirazione, costituisce una pregevole eccezione nel panorama quasi omologato della più recente produzione letteraria italiana. Stilisticamente poliforme si fa notare nell’immediato per la preparazione classica di base che costituisce il sottofondo culturale più importante emergente nell’uso modale delle allegorie, nella suggestione dei miti e delle metafore, ma ancor più nel richiamo ai valori fondamentali dei pensatori e dei Poeti dell’antichità greca e latina.

Tuttavia la poetica battistiana subisce le suggestioni e gli stimoli del secolo XX accolto nelle sue profonde trasformazioni e contraddizioni, compenetrato nelle luci e nelle ombre che lo pongono tra i più complessi sotto l’aspetto storico e ideologico per le grandi tragedie umanitarie di guerra e di sopraffazione razziale che in esso si svolsero. Il clima di crisi morale che generò tali inaudite violenze fu preparato in Europa agli inizi del secolo dalla cultura del Decadentismo, dalle filosofie irrazionalistiche estreme conseguenze dell’Idealismo, dal ribellismo anarcoide e dal rifiuto delle radici della tradizione umanistica e religiosa ritenute responsabili del dislivello sociale ed economico esistente nelle popolazioni. Correnti artistiche antiaccademiche si affermano proclamantesi esponenti delle nuove ideologie, quali il surrealismo, il futurismo, il modernismo, il dadaismo cui si accompagnano il gusto del paradossale, del maudit e del noir. Esponenti letterari di tali nuove tendenze sono, tra i maggiori, il ceco Franz Kafka, l’austriaco Robert Musil e l’irlandese James Joyce. Intorno agli anni ’30 si sviluppa un sistema di dottrine filosofiche che, sotto il nome di esistenzialismo, analizzano la situazione dell’uomo “gettato nel mondo” con l’unico possesso dell’esistenza stessa, e si propongono di studiare i suoi rapporti con la realtà, onde allontanare l’angoscia che aveva investito il mondo umano privato di sicuri punti di riferimento. La Poesia non si sottrae a tali problematiche filosofiche ed estetiche, come dimostrano la produzione di T.S. Eliot, seguace convinto di Husserl, e ancor più quella di J. Donne col suo gusto del paradosso e dell’eroicomico.Non meraviglia che un Autore, non attratto dal descrittivismo né dall’impressionismo o dall’intimismo, come Battista, ma sensibile alle problematiche del suo tempo e desideroso di esprimerle attraverso la comunicazione letteraria abbia trovato motivi di profonda ispirazione in tutta la cultura novecentesca, anche del secondo dopoguerra. Non è da tralasciare, infatti, un altro aspetto della poetica del Nostro e precisamente il fascino che su di lui esercitano le fantasie avveniristiche che, già in germe nell’Ottocento con la produzione di J. Verne, ricevono ampio sviluppo a cominciare dagli anni ’40 in America. La fantascienza è stata per molto tempo mortificata dal diffuso pregiudizio che la considerava letteratura di pura evasione. In realtà essa è stata prodotta da scrittori di notevole lungimiranza e discernimento nel presagire future problematiche legate agli eccessi dello scientismo e riguardanti l’umanità e la sopravvivenza stessa del nostro pianeta. Tra di essi vanno almeno ricordati Isaac Asimov e Ray Bradbury la cui produzione venne definita come “fantascienza morale” per l’intento di correggere le follie autodistruttive dell’ambizione umana. Battista, senza cadere nell’eclettismo, ma anzi riuscendo ad uno stile personalissimo, originale e accattivante linguisticamente, ci consegna molti dei contenuti che hanno caratterizzato il dibattito e la produzione del Novecento. Le allegorie e le metafore impiegate maggiormente nelle stesure prosastiche, sono il mezzo per sottolineare i diversi e contrastanti piani di lettura cui si presta non solo l’opera letteraria, ma la stessa realtà umana. Tuttavia non si propone come dispensatore di valori o di ricette sicure per vivere da vincitori; Egli ci pone di fronte all’assurdo che certe vicende possono rivestire quando siano svincolate dal piano del senso, si arresta di fronte all’intraducibilità di certe mentalità, all’inconsistenza di taluni atteggiamenti e ci provoca a pronunciarci, com’era tipico delle avanguardie novecentesche. La provocazione non è però demolitrice né si compiace di ferire, l’ironia battistiana non è una spada, è il sorriso del compagno di strada che forse vuole avvertire il viandante di aver imboccato una via sconosciuta e pericolosa; l’amaro risvolto del cinismo che spesso accompagna le cosiddette “provocazioni” avanguardistiche, il pessimismo di tanta parte dell’esistenzialismo o di dottrine sociali materialistiche non fanno parte del bagaglio ideale di Marco Battista. Egli è salvato da un Valore essenziale, cristiano, quello dell’Amore in cui crede profondamente e che colloca all’apice delle sue aspirazioni ideali. Inscindibile dall’Amore è il culto della Libertà, condizione indispensabile perché si eserciti e sia confermata la dignità di ogni persona. Leggendo i suoi racconti e le poesie spesso si rimane sconcertati di fronte a realtà che sembrano chiuse alla speranza e che presentano l’uomo come schiavo di situazioni, di casualità, di errori incorreggibili. Ma inaspettatamente, mentre stava concretizzandosi uno stato d’animo annichilito ecco la scappatoia, l’anello che non tiene di montaliana memoria, il varco salvifico, la storia è capovolta, lo slancio profondo di una libertà connaturata al nostro esistere travalica gli steccati e rende sempre possibile la scelta etica che, sola, ci rende del tutto umani.

Elettra Bianchi

HANDICAP POWER – ROMANZO DI FRANCO BOMPREZZI

Filed under: Recensioni — Administrator @ 19:13

ScreenHunter_295Handicap Power’: l’abilità dei disabili di infrangere barriere

Contea della Sacra Ruota: un luogo unico nel suo genere, governato da handicappati, studiato su misura per loro. Solo per loro. È qui che si ambienta Handicap Power, il romanzo frutto della penna magistrale del giornalista Franco Bomprezzi.
Il testo, stilisticamente scorrevole ed incisivo, consente al lettore di non perdersi tra i meandri di vocaboli troppo roboanti o di costruzioni grammaticali eccessivamente arzigogolate. L’impatto emotivo con i protagonisti del racconto è pressoché immediato: Francesca, Paolo, il Conte, con i loro pregi e difetti, “obbligano” ad ultimare la lettura tutta d’un fiato. Chi posa gli occhi su Handicap Power, ne assapora le sfumature e ha l’impressione di essere condotto per mano, in quella che alla fine risulta essere una vera e propria lezione di vita. Bomprezzi offre, infatti, l’opportunità, di capire appieno cosa significa essere portatori di un handicap. Tocca gli aspetti tecnici e psicologici dati dalla disabilità. Sfiora con delicata passionalità, senza mai scadere nel volgare, la sfera sessuale di chi è costretto su una carrozzina. Così facendo, consente a chi si considera superiore (solo in virtù del fatto di essere sano) di immedesimarsi, di comprendere sino in fondo ciò che di solito non vuole, o non può capire.
Un romanzo a tratti commovente, malinconico, a tratti energico e ribelle, dove le parole scorrono come un fiume in piena. Un romanzo che porta a riflettere, a domandarsi perché nella nostra società esistano, ancora, troppe barriere fisiche e mentali che contribuiscono ad ingrigire l’animo di tanti. Handicap Power, innovativo dal punto di vista dell’originalità del contesto in cui i personaggi si muovono, è innovativo anche dal punto di vista dell’editoria stessa: è acquistabile, infatti, in forma di e-book presso il sito www.libertaedizioni.net.
La sua lettura è consigliata a tutti, a prescindere dall’età e, in particolar modo, dalla condizione fisica: giovani o vecchi, in piedi o seduti, la Contea della Sacra Ruota è un luogo immaginario, che una volta scoperto, diventa estremamente reale. Il punto di partenza per iniziare a guardare con occhi nuovi ciò che, nella norma, per ignoranza o pressappochismo, si evita o si rifiuta di vedere.

Cinzia Lacalamita

DAL QUADERNO BLU – ROMANZO DI ASMAE DACHAN

Filed under: Recensioni — Administrator @ 15:29

ScreenHunter_166Da alcuni anni conosco Asmae e mi sono sentita onorata della sua richiesta di recensire il suo primo romanzo ancora prima di conoscerne il contenuto.
È una grande gioia per me parlare di un testo che insieme ad altri primeggia nella giovanissima letteratura musulmana in lingua italiana.
Non si tratta solo di saggistica o di autobiografie di neofiti, ma di romanzi e poesie che affrontano il tema, a mio avviso di scottante attualità, dell’intercultura.
La possibilità che individui diversi per cultura, tradizioni e religione possano convivere in maniera armoniosa e costruttiva è rappresentata in queste opere con strutture e modalità spesso assai diverse e in modo molto originale.
Questo romanzo è emblematico in questo senso.
Ma è molto di più, è un romanzo scritto da una donna, con protagoniste donne, in cui la femminilità è affrontata da diversi punti di vista e che trapela pagina dopo pagina in una prosa che si fonde spesso con la musicalità della poesia.
Un tratto caratteristico dello scrivere femminile, qualcosa che nello stile delle donne dà forma a ciò che ne è il tratto fondamentale: “la sensibilità”.
La sensibilità che è subito evidente dalle prime pagine, dalla “Stanza 103”, il ritratto più forte e certamente più affascinante del romanzo.
Quello in cui la bravura tecnica di Asmae non diventa mai impersonale o indifferente ma riesce a creare un ritratto carico di significati… una personalità affascinante e misteriosa che fino alla fine non viene del tutto svelata.
Un ritratto in cui come direbbe Calvino nelle sue “Lezioni Americane” il vago “porta con se un’idea di movimento e mutevolezza che si associa (…) tanto all’incerto e all’indefinito quanto alla grazia…”.
Quella grazia che come dice la stessa Asmae nel romanzo le permette di entrare nella vita degli altri ”in punta di piedi” senza disturbare, senza pretendere rivelazioni intime, senza dimenticare mai che il rispetto della sensibilità altrui è la base per la costruzione di qualsiasi rapporto umano.
Questo aspetto è presente in tutto il romanzo, fa parte dell’etica musulmana cui Asmae da voce con un limguaggio semplice, cui possono accedere tutti dal ragazzino di quinta elementare al docente universitario.
Un testo in cui è molto forte la duplice natura cui siamo partecipi noi musulmani italiani, appunto l’Islam e la cultura occidentale, sposati felicemente e in piena armonia, sebbene si tratti di un’armonia non sempre facile fatta di lotte e di conquiste sofferte.
Gloria un’altra protagonista, giovane donna occidentale problematica e complessa, la cui psicologia è ben delineata, una femminista matura, in cui il valore più alto è una profonda intellettualità unita ad un grande cuore.
Azra è Asmae, le sorelle di Asmae, sono io, Azra è “tutte le musulmane” che in Europa e nei paesi islamici studiano, prendono lauree e dottorati e agli occhi dei mass-media non esistono sono invisibili, incolore perché testimoniano che il velo non è un limite per loro ma sono un punto di vista diverso sul concetto di pudore e di educazione.
Ed è qui che viene fuori l’alto valore che Asmae dà alla letteratura come strumento privilegiato di conoscenza.
Tutto il suo romanzo rispetta e rispecchia questo ideale che fu di Roland Barth e di Calvino.
“La scrittura è l’incoronazione del pensare e del sentire, la scrittura ha il portere di rendere eterno ciò che effimero. Di rendere visibile ciò che è invisibile.”
Asmae affida questo suo pensiero alle misteriose parole della misteriosa scrittrice del “Quaderno Blu” simili parole possono benissimo essere completate da questo pensiero contenuto nelle Lezioni Americane:
”Nell’infinito universo della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime o antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo…”
Certo chi fosse pieno di pregiudizi forse dovrebbe leggere il romanzo di Asmae per comprendere appieno la totale infodatezza della sua Weltanschaung e rivedere la sua “immagine del mondo”.
Provare a osservare il mondo con gli occhi di Asmae… della donna della “Stanza 103”, di Gloria, di Azra…
Provare a coniugare come suggerisce il romanzo cuore e intelletto, cura per la forma e rispetto del contenuto sarebbe un enorme traguardo che questo romanzo ci sembra aver raggiunto.
Lo stile semplice eppure efficace ci stimola a cercare le verità contenute nel romanzo.
La suspance del sottile file rouge, che sentiamo ma che comprendiamo solo alla fine, tiene legate le tre donne è il risultato di un equilibrio e di una consapevolezza che oggi non sono così frequenti tra le cosiddette giovani promesse della letteratura.
In Asmae possiamo comprendere il significato di quanto Roland Barth sostiene ne “Il grado zero della scrittura”: “Lingua e stile sono oggetti; la scrittura è una funzione: essa è il rapporto tra la creazione e la società, è il linguaggio letterario trasformata dalla sua destinazione sociale e la forma, colta nella sua intenzione umana e legata così alle grandi crisi della Storia.”
La struttura è contrappuntistica, direbbe Edward Said, è la coesistenza di tre storie diverse tra loro, i cui destini si incontrano e si giustappongono come in una “Fuga a 3 voci”.
È la piena e matura consapevolezza della necessità del molteplice come possibilità per la crescita dell’individuo e della società.
C’è una leggerezza nello stile che non è mai superficialità anzi è quella leggerezza che nasce dalla consapevolezza della gravità e del peso del mondo, delle emozioni, del dolore e una leggerezza che aspira a far librare nei cieli più alti la profonda spiritualità intellettuale che si respira in ogni pagina del romanzo.
È nelle descrizioni del cielo e del mare, della nebbia, delle nubi, delle albe, nella descrizione rispettosa della psicologia dei personaggi.
La leggerezza soave di chi ha sperimentato la speranza nel dolore, e di chi sa che il destino se lo si accetta lo si può cambiare.
Asmae sa trasmettere anche nei momenti più emotivamente forti quella sensazione che ogni cosa sia al suo posto, che è un tratto tipico della religiosità musulmana, non ci sono le esasperazioni tipiche del Romanticismo o del Decantentismo che spesso si riscontrano in tanta letteratura e filmografia!
C’è la ricchezza di chi vuol far comprendere la profondità della natura femminile nella delicatezza delle pagine del romanzo.
In questo romanzo Asmae vuole suggerirci che possiamo aprirci un cammino dentro noi stessi per giungere fino alla “fonte silenziosa da cui si innalza la Luce che rende semplice ogni cosa.”
Il grande merito di questa giovane scrittrice musulmana sta nell’aver dimostrato come ancora oggi, in questo momento di grande “crisi della Storia” e dei valori possa esistere una forma d’arte impegnata che con grazia ed eleganza ci propone un modello di società alternativa e possibile, come, ancora, possano esserci forme di lotta intellettuale importanti come la letteratura entro le quali sono contenute le varianti di nuovi mondi possibili.
Spero che Asmae ci regali altri nuovi romanzi e che continui a mostrarci altre vie come racconta Sufi Yunus Emre[1] in questa poesia che dedico ad Asmae e a tutti i lettori di Asmae.

Sono il marinaio amato che i cieli
Ammirano.
L’oceano è la mia goccia d’acqua.
L’al di là degli orizzonti del mare mi appartiene.
Poiché questa mano non conosce
Che il cammino
Che conduce all’Amato,
la mia lingua né padrona né schiava
dirà la verità.

Irene Aaminah Ricotta

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[1] Henri Gougaud (a cura di) Racconti dei saggi Sufi, L’Ippocampo.

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