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UN VIAGGIO PER TERRA E PER MARE
a cura di Rossana Panseri
Mi dicono, dato che io non ricordo nulla a questo proposito, che tutto cominciò una notte in cui la sabbia del Sahara offuscava il cielo come nei peggiori giorni fa la nebbia in Val Padana.
Mia zia Rosa e mio padre uscirono dalla vecchia casa composta da cucina, soggiorno e stalla al pianoterra, una scala che portava dapprima a un soppalco adibito a fienile per poi raggiungere il piano superiore dove erano una camera da letto e uno sgabuzzino; non sapevano ancora, benché si stessero recando a chiamare la levatrice, che sarebbero ben presto divenuti miei parenti. Quando nacqui, ad unanime consenso, fui definito brutto: ero magro, scuro, peloso e lungo. Lo stato di povertà della mia famiglia non aveva permesso che io nascessi più grasso, inoltre mia madre non aveva latte per via del suo stato di denutrizione per cui i primi tempi della mia vita furono particolarmente duri, nutrito con pappe a base di farina cotta sulla piastra.
Ero il primo di una famiglia che in seguito sarebbe divenuta numerosa. Mio padre faceva il carrettiere e non era certo questa una categoria privilegiata neppure nella Sicilia del 1958; mia madre, una giovane di vent’anni, sposata da cinque e di quattro più giovane del marito, faceva la casalinga essendo ben pochi i lavori possibili per una donna in possesso della sola licenza elementare. La consuetudine voleva che la donna restasse a casa, le sole eccezioni erano la maestra, il medico e poche altre professioni. Mio padre poi, da analfabeta, era piuttosto sensibile ai luoghi comuni e a cosa dicesse o pensasse la gente, peccato non fosse così sensibile alle necessità della sua famiglia. Il tempo passava ed io divenivo via via più carino, anche perché, tenendo conto delle condizioni di partenza, non potevo far altro che migliorare. Mio padre al mattino frustava selvaggiamente il suo cavallo per “convincerlo a lavorare”(diceva lui) e così facendo si guadagnava il disprezzo dei vicini e dei familiari; io pensavo:
«Da grande non sarò mai così crudele e cattivo».
Avevo quattro anni quando mio padre acquistò un puledro di tre-quattro mesi; un giorno, mentre lui stava strigliando il cavallo, mi disse di andare a recuperare il puledro che si aggirava libero nella via. Io avevo paura dei cavalli e anche quel cavallino era molto più grande di me; evidentemente l’animale avvertì il mio timore e si spaventò più di me: quando mi avvicinai per afferrare le briglie s’impennò e con uno zoccolo finì sul mio alluce sinistro; il sangue schizzò ed io non potei fare a meno di gridare. I miei parenti e i vicini di casa prontamente mi prestarono soccorso e, immergendo il mio piede in acqua calda e sale, aggravarono il dolore e il danno, gridai più forte; mio padre intanto stava picchiando ferocemente il puledro per punirlo, io cercavo di trattenere il pianto nella speranza che smettesse di massacrare quell’animale a cui volevo bene, ma si fermò solo quando fu stanco.
Quando picchiava qualcuno, chiunque fosse, era evidente che provava piacere, sembrava cercare un alibi per poter esercitare la sua violenza e il suo sadismo; su episodi come questo non ho mai smesso di riflettere e penso che abbiano rappresentato un monito per me, condizionando non poco lo sviluppo della mia sensibilità. Intanto la famiglia cresceva rapidamente: quindici mesi dopo il mio arrivo nacque Andrea - mio nonno materno si chiamava Andrea, ovviamente il nonno paterno si chiamava Antonino come me -, altri due anni ed ecco Alfredo, un altro anno e arrivò anche mia sorella Franca. A questo punto mio padre si sentì al riparo dalle maldicenze della gente che mettevano in discussione la sua virilità: non aveva potuto aver figli per alcuni anni poiché mia madre era troppo gracile per restare incinta, ma lui era troppo ignorante per conoscere questo aspetto della fisiologia femminile. Il giorno che mia madre si recò dal ginecologo per conoscere il responso, mio padre le intimò di non tornare a casa se quello si fosse rivelato l’ennesimo falso allarme. [...]
Antonino Tucciarello
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